Todo Modo
Giustizia e legge elettorale, serve un’agenda per ripartire: il piano-casa e il ritorno delle preferenze di voto, separandosi da chi crea solo imbarazzo
Archiviato il referendum, la maggioranza deve riprendere la rotta.
Ripetersi la giaculatoria può servire a curarsi la ferita: il popolo ha detto No alla riforma del centrodestra, un obbligo che gli veniva dal voto politico del 2022. Va rispettato il verdetto, ma il referendum è finito; è stata una sconfitta netta, ma non sproporzionata, non c’è stata alcuna valanga: 53/47 non è un 70/30 e neppure il 60/40 subìto da Matteo Renzi. Già domani, il centrodestra guardi avanti. Lo deve fare soprattutto Giorgia Meloni, che – va detto chiaro e forte – è una leader ferita, ma non è una leader perdente. È stata bravissima, ma troppo in solare solitudine: le va richiamato non il “che fare” di Lenin, ma il Max Weber della “Politik als Beruf”: “non si realizzerebbe ciò che è possibile se nel mondo non si aspirasse sempre all’impossibile. Ma colui che può farlo deve essere un capo e non solo questo, ma anche – in un senso assai poco enfatico della parola – un eroe”. Adesso si rimetta in cammino, faccia una sua agenda minima, ma non minimale. Qualche suggerimento.
Punto primo: la legislatura termina nel settembre 2027. Il centrodestra ha il diritto di governare fino ad allora. Non si faccia tentare da colpi di testa: non accorci, utilizzi tutto il suo tempo. È legittimo, anzi è doveroso. I cittadini l’hanno scelto per cinque anni.
Punto due: la presidente del Consiglio scelga pochissimi temi con gli alleati, vada in Parlamento, chieda un voto di fiducia e li attui, senza farsi intimorire o condizionare da niente e nessuno. La maggioranza faccia la maggioranza e l’opposizione il mestiere suo.
Punto tre: ci sono alcuni dati da cogliere in positivo del referendum: a) appartiene al centrodestra avere sottoposto una riforma che ha portato al voto poco meno del 60 per cento degli elettori: è un merito, un valore, al di là del risultato, che smentisce per sempre la tesi di un’Italia “poco democratica” b) ci sono più di 13 milioni di elettori del Sì che vogliono una giustizia più vicina al cittadino: si vari una riforma con legge ordinaria, aperta al contributo (non al ricatto) della magistratura e degli avvocati; c) il voto dall’estero ha premiato il Sì: occorre una legge per i giovani cervelli, per favorirne il rientro e fermare la fuga dall’Italia.
Punto quattro, tre cose fattibili: una riforma coraggiosa della burocrazia con l’apporto di eccellenze disponibili (la si affidi a una personalità come Sabino Cassese); il piano-casa per le giovani coppie; un programma straordinario di assunzioni per le forze dell’ordine, utilizzando le graduatorie esistenti: bisogna fare un grande sforzo anche finanziario.
Punto cinque: si faccia la legge elettorale, nei termini in cui si pensava, meglio con la partecipazione dell’opposizione che adesso sente di potersi candidare come alternativa; niente aspirazioni al pareggio, niente calcoli di convenienza, si inseriscano le preferenze e vinca il migliore.
Fuori dai punti: chi crea imbarazzi al governo, faccia un passo indietro. Glielo chieda la premier stessa. Non perché ci voglia un “capro” da sacrificare, ma perché c’è un’estetica del governare, un senso dello Stato, che lei mantiene con dedizione e rinunce: non può essere disfatta da balordaggini e non solo. E poi se uno o due ministri non vanno, li cambi. Basta così. Punto e a capo.
© Riproduzione riservata







