Spritz
I perché dello spopolamento e come cambiare le cose
Chiamiamolo col suo nome, e già lì cominciano i guai. Lo spopolamento lo diciamo con le parole del meteo — inverno demografico, glaciazione, gelo delle culle — come fosse una stagione capitata addosso alle montagne venete. È un alibi raffinato. Nessuna valle, dal Bellunese all’altopiano, si svuota per via del clima: si svuota perché chiudono l’ufficio postale, accorpano la scuola, dirada l’ultima corriera, e una famiglia dopo l’altra fa il conto che chiunque farebbe. La lingua, qui, non è innocente: trasformare una somma di decisioni in un destino toglie la questione alla politica e la affida alla rassegnazione. Comoda per chi governa, che si commuove senza decidere; e per chi legge, libero di vedere il Veneto delle terre alte come un paesaggio malinconico e non come una scelta mai votata.
In questa pagina il paradosso suona quasi beffardo. Paolo Crepet rivendica la provincia come la culla di tutto — il rock inglese, ricorda, non è nato nel centro di Londra. Vero. Peccato che nella provincia più identitaria, quella delle nostre valli, di nascere si sia quasi smesso: la culla, a forza di metafora, è rimasta senza bambini. Perché di scelta si tratta. Un Paese decide, anche solo lasciando fare, quali luoghi restino abitati e quali tornino al bosco: lo decide quando taglia un servizio e lo chiama efficienza, e quando stanzia risorse che tengono aperto ma non fanno rinascere. La pagina di oggi prova a riportare quella decisione dove andrebbe presa: non nel bollettino di una nevicata che non smette, ma nel registro delle cose che si possono ancora cambiare.
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