Europa
I pretesti di Trump per avere la Groenlandia e una strategia per resistere al predatore
Quando si è di fronte a un predatore, bisognerebbe fare l’esatto contrario di quanto i nostri impulsi suggeriscono. Non gridare, non scappare, fare pochi gesti e deliberati. Né la Danimarca né l’Europa stanno seguendo questo precetto nella crisi sulla Groenlandia. Conosco molto bene i danesi. Per quasi un decennio, ho diretto l’unità di politica europea del centro studi del loro Ministero degli esteri. Sulla questione groenlandese abbiamo supervisionato commissioni d’inchiesta per il Parlamento. Non ultimo sulla base americana di Thule e la presenza di armi atomiche. Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre, la principale preoccupazione riguardava l’utilizzo dell’immensa isola come scalo per le cosiddette “extraordinary renditions”, i sequestri extra-giudiziari di presunti terroristi. Gli americani ci dissero: “solo pochi devono saperlo e voi siete fra quelli che non devono”. Questi esempi corroborano la tesi sostenuta in questi giorni dal governo di Copenaghen che gli americani hanno sempre avuto il massimo accesso possibile in Groenlandia. Nel corso degli ultimi decenni hanno scelto di ridurre la loro presenza sull’isola, da circa venti basi ad una sola, e da 15.000 truppe a 150. L’accordo in vigore con la Danimarca consentirebbe loro la massima discrezionalità, se solo fosse questo che vogliono. Ma non è questo che Trump vuole.
I pretesti Trump per avere la Groenlandia
Come per il Venezuela, la sicurezza nazionale è il pretesto per consentirgli ampi margini di manovra. La presenza di navi russe e cinesi un’iperbole, come la questione del narcotraffico a Caracas. È oltremodo evidente che la posizione di Trump non sia improvvisata. Le manovre di avvicinamento erano già cominciate nel 2019, quando il tycoon la Groenlandia voleva acquistarla. Nell’ultimo anno le pressioni si sono intensificate e stanno ora assumendo un’aura di inevitabilità. I danesi hanno sempre avuto un approccio molto fermo, graduale ma in ultima analisi statico sulla questione artica. Nel 2008 promossero la dichiarazione di Ilulissat, con la quale tutti i cinque Stati litoranei dell’Artico si impegnavano a risolvere eventuali controversie territoriali seguendo il diritto internazionale. La dichiarazione includeva la Russia, che l’anno prima aveva provocatoriamente piantato una bandiera sul fondale.
Le monete di scambio del potere
La scorsa settimana sei governi europei, fra cui l’Italia, hanno corroborato quest’approccio con un’altra dichiarazione a sostegno della Danimarca e della Groenlandia di decidere il loro futuro. Ma nel mondo dei predatori, appellarsi alle dichiarazioni e al diritto internazionale equivale ad una resa. Ieri Trump ha pubblicato un memorandum dove elenca 35 agenzie internazionali e 31 uffici dell’ONU dai quali gli Stati Uniti si ritireranno. Nel mondo dei predatori, la spregiudicatezza e la brutalità sono le monete di scambio del potere. Ma non è troppo tardi per cambiare la nostra logica e cercare di adattarci, senza preoccuparci troppo di perdere la faccia. La Danimarca potrebbe per esempio prendere l’iniziativa e proporre un accordo trilaterale con gli Stati Uniti e la Groenlandia per l’estrazione e l’utilizzo delle risorse minerarie, sulla falsariga di quanto gli Stati Uniti stanno facendo in Ucraina.
La presenza americana
Gli americani aumenterebbero la loro presenza militare per proteggere gli investimenti dalle influenze russa e cinese. Permarrebbero seri ostacoli: l’approccio americano per esempio ha scarsissimo interesse per le tutele ambientali degli europei. Ma l’Ue e la Danimarca potrebbero offrire finanziamenti e tecnologie per estrarre terre rare nel modo più pulito possibile. Se vogliamo sopravvivere nello Stato di natura, dobbiamo imparare a pensare come il predatore per anticiparne le mosse. In questo novello mondo dell’homo homini lupus, dobbiamo imparare ad essere trumpiani nel metodo per sperare di salvare scampoli del nostro modo di vivere.
© Riproduzione riservata







