Gli ultimi risultati elettorali non sono stati entusiasmanti e più di qualcuno nel “Grand old party” inizia a temere che il voto di medio termine possa costituire ad oggi un problema per mantenere la maggioranza al Congresso, elemento prioritario per approvare l’agenda politica dell’amministrazione e impedire che i democratici possano in qualche modo insinuarsi in una possibile instabilità numerica.

All’interno dei repubblicani, come dei democratici, esistono sfumature differenti e quando si tratta di votare il più delle volte è sempre un terno a lotto che i leader di entrambi i rami devono saper gestire. Per i repubblicani si trattava di testare l’efficacia del messaggio senza una presenza esponenziale di Donald Trump. Non perché il Gop voglia distanziarsi dal suo Presidente e leader, ma per un semplice test in vista del fatidico 2028, quando The Donald non potrà candidarsi e i repubblicani dovranno trovare un volto e una guida nuova. Sembra però che sul punto i tempi non siano ancora maturi, e allora meglio sfruttare l’ascendente sulle folle del Presidente e rilanciare cosi l’azione dell’amministrazione soprattutto su quello che era il cavallo di battaglia del trumpismo di governo, l’economia che ora si è trasformata in un tallone di Achille sul piano del consenso.

Intervenendo ad un comizio raduno, il Tycoon ha voluto ribaltare la narrazione democratica sull’economia. Rispedendo al mittente le accuse sull’inflazione e l’accessibilità bollate come “bufale” e che nel 2026 i dati economici inizieranno a mostrare un netto miglioramento, per poi ripiegare sui temi cari al trumpismo di lotta come l’immigrazione illegale e la sicurezza. Per il Presidente è arrivato il momento di dire basta all’accoglienza di migranti provenienti da alcuni paesi che a suo dire “sono un disastro” e soprattutto “disgustosi e infestati dalla criminalità”. Ma il tema che preoccupa gli americani e pesa sul consenso è sempre l’economia. L’inflazione ha affondato Biden e i democratici e che ha spinto la classe media e tanto il proletariato urbano quanto quello rurale a votare Trump anche in aree storicamente democratiche. Ora, in vista delle elezioni di medio termine, la casa Bianca avrà bisogno di fatti concreti per evitare una pericolosa erosione elettorale.

Sul fronte estero il tema che tiene banco nel mondo conservatore americano è però quello del rapporto con l’Europa, alla luce anche della National Security Strategy, e su cui dall’altra sponda dell’oceano ci sono andati pesanti. Del resto le parole del documento sono la rielaborazione di una narrazione critica che nasce all’interno del mondo conservatore europeo soprattutto di matrice cattolica, quindi di per sé maggioritaria. La crisi identitaria e l’incapacità di gestire il multiculturalismo sono tasti dolenti in Europa e i repubblicani americani hanno utilizzato materiale scottante sapendo di centrare il cuore del problema. Contrariamente a chi ipotizza nel documento l’abbandono dell’Europa, senza chiedersi quale Europa? Perché stando alla cronaca nelle prossime tornate elettorali che investiranno l’Europa, stando ai sondaggi attuali, il vecchio continente potrebbe scoprirsi più trumpiano di quanto possa sembrare oggi.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.