L'analisi del referendum
Il No non è un blocco unico: cosa racconta davvero la geografia sociale del voto
Il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia è stato vinto dal No con il 53,7 per cento dei voti, circa 15 milioni di schede, contro poco più del 46 per cento del Sì, pari a circa 13,2 milioni. Il progetto voluto dal governo Meloni – separazione delle carriere, doppio Csm, sorteggio dei membri, Alta corte disciplinare – si è fermato qui.
Questo è il terzo grande referendum costituzionale proposto da un governo e respinto dagli elettori in vent’anni. Era già successo nel 2006 e nel 2016. Anche questo dato suggerisce che, quando si tocca la Costituzione, gli italiani possono dividersi su tutto, ma restano diffidenti verso le riforme percepite come di parte, identitarie o imposte dall’alto.
Il No ha vinto in 17 regioni su 20
Ma il dato nazionale, da solo, dice poco. Il No ha vinto in 17 regioni su 20, comprese diverse regioni governate da anni dal centrodestra: Sicilia, Calabria, Lazio, Marche, Molise, Abruzzo, Basilicata, oltre a Liguria e Piemonte. Nelle grandi città, dove il centrosinistra è più forte, il No ha prevalso nettamente. All’estero, invece, in generale ha vinto il Sì: solo nella ripartizione Europa il No è risultato maggioritario, mentre in Sud America il consenso per la riforma è stato molto ampio.
Già questa geografia basta a smontare una lettura troppo semplice. E la rilevazione Ipsos-Doxa pubblicata dal Corriere della Sera lo conferma: il No non nasce da un blocco unico sociale, culturale o anagrafico. Attraversa mondi diversi.
Naturalmente pesa l’appartenenza politica. Tra chi si definisce di sinistra, il No arriva al 94,2 per cento; nel centrosinistra all’84,6 per cento. All’opposto, il Sì domina nel centrodestra con l’89 per cento e a destra con il 93,3 per cento. È la prova che questo è stato, eccome, un voto politico.
Perché è stato un referendum politico
Ma non solo. Il No è forte tra i laureati (67,9 per cento), tra i non credenti (68,4 per cento), tra gli studenti (63,6 per cento). E però prevale anche tra uomini e donne, tra i 18-34 anni (55,3 per cento) e tra gli over 65 (56,6 per cento), nelle fasce economiche alte (59,9 per cento) e basse (57,1 per cento), e perfino tra chi non si colloca politicamente (63,2 per cento).
È qui che si vede il punto vero. Questo referendum è stato politico non soltanto per l’esito, ma per la campagna che lo ha accompagnato. Non si sarebbe arrivati a slogan come quello sugli stupratori rimessi in libertà con il No, o all’equazione tra il Sì e una deriva fascista, se il voto fosse rimasto sul terreno del solo merito tecnico. Il confronto si è spostato altrove: identità, paura, rigetto, mobilitazione emotiva.
Anche l’affluenza del 59 per cento dice questo. Per un referendum costituzionale è un dato altissimo: solo pochi punti in meno rispetto alle politiche del 2022, e molto più delle recenti europee e regionali. Una parte larga del Paese ha vissuto questo passaggio come un giudizio generale sul governo, sul suo metodo, sul suo linguaggio, perfino sul suo rapporto con la Costituzione .
E infatti il risultato suggerisce anche altro: che una riforma costituzionale non si cambia come se fosse una prova di forza. Su questo terreno gli elettori chiedono cautela, condivisione, compromesso parlamentare. Non muscoli.
Questo significa che non siamo davanti a una frattura leggibile con una sola chiave: élite contro popolo, giovani contro anziani, istruiti contro ceti popolari, città contro provincia. Le linee di divisione esistono, certo, ma non bastano da sole a spiegare il risultato.
Il No non è solo di sinistra
Resta poi un altro punto, più politico e più culturale. Continuo a pensare che su questi temi servirebbero più coraggio, più libertà e meno conformismo. E continuo anche a pensare che esista un’Italia che non si riconosce né nella destra urlata né in una sinistra che troppo spesso preferisce la reazione alla responsabilità. Anche per questo il No non può essere letto come il trionfo lineare di un campo sull’altro: dentro quel risultato c’è anche un Paese che ha respinto una riforma, ma non per questo si sente davvero rappresentato fino in fondo da una delle due offerte politiche oggi in campo.
Per questo conviene diffidare della formula più pigra di tutte: “il popolo ha mandato un messaggio”. Il popolo, come mente unica che si esprime compatta, quasi mai esiste. Esistono milioni di persone che si muovono ciascuna per conto proprio, con ragioni diverse, paure diverse, fedeltà diverse.
Il voto, in fondo, somiglia agli stormi di uccelli. Da lontano sembrano mossi da una volontà collettiva perfetta, quasi da una regia. In realtà ogni uccello segue regole minime, locali, individuali. Eppure da quella somma nasce una figura leggibile.
Anche qui è andata così. Non c’era un’intenzione collettiva pura. C’erano motivazioni diverse, spesso persino incompatibili. Ma compresse dentro una scelta binaria, hanno prodotto una forma comune. Da lontano sembra un blocco unico. Da vicino, è una convergenza. E la forma che ha preso, questa volta, è il No.
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