Di questi tempi, in cui il panorama politico è segnato dall’estremizzazione dei due poli, il riformismo è entrato in letargo. In verità, non ha mai avuto un grande successo e, per quanto abbia conosciuto stagioni di vitalità, la sua presenza nella storia politica italiana è sempre stata ciclica. Tra le due coalizioni si apre oggi uno spazio enorme da occupare, che potrebbe essere colmato dalla nascita di un nuovo soggetto politico riformista, a misura del cambiamento d’epoca che stiamo vivendo. Un soggetto che non può essere immaginato come una “costola” del Partito Democratico, ma come un progetto autonomo e moderno, capace di interpretare la società post-ideologica e di lanciare la sfida al tecno-capitalismo, il cui dominio è concentrato nelle mani di quattro o cinque Big Tech che agiscono senza regole.

Il Pd ha smarrito da bussola

Nonostante si moltiplichino i segnali di fermento — dalla Casa dei riformisti al Progetto Civico Italia —, queste esperienze non sembrano in grado di agire in piena autonomia dal principale partito di opposizione. Evocato il riformismo come parola magica o come anatema, spesso in modo improprio, oggi il Partito Democratico – che più di ogni altro dovrebbe farsene interprete – sembra aver smarrito la bussola: Elly Schlein privilegia un estremismo politico-sindacale di matrice cigiellina, e solo una minoranza interna continua a issare, quasi a mezz’asta, la bandiera del riformismo. Nella Seconda Repubblica esso tornò di moda con i governi Prodi, D’Alema e Amato, ma spesso apparve tecnocratico e calato dall’alto. Di conseguenza, quegli esecutivi furono incapaci di coniugare riforme e consenso popolare. Il governo Renzi tentò una versione “pop” del riformismo, annacquandolo in un populismo sui generis; quello successivo di Gentiloni non ebbe il tempo né la forza maieutica per consolidarlo.

Il passato

L’unica stagione riformista che resti, ancora oggi, incancellabile, fu quella di Bettino Craxi. La Democrazia Cristiana, timorosa di perdere consensi, non gli consentì di completare la legislatura. Ma una verità resta: il riformismo si coniuga con il consenso, anche se agli italiani le riforme risultano spesso indigeste. Eppure, quando Craxi riformò la scala mobile e vinse il referendum indetto da Enrico Berlinguer, furono gli stessi lavoratori -quelli che la sinistra tradizionale pretendeva di rappresentare – a dimostrare una sorprendente maturità riformista. Per i comunisti, invece, il riformismo era quasi una bestemmia, sinonimo di compromesso e di debolezza. Sergio Cofferati, pur con un cursus honorum segnato da sensibilità riformiste, arrivò a definirlo “una parola malata”. Oggi, più che una malattia, è diventato una pandemia: tutti si dichiarano riformisti, ma senza un progetto.

Il deficit

Una parola che appartiene per storia e sostanza al socialismo è stata sequestrata anche da leader della destra nazionalista, populista e sovranista: Giorgia Meloni, già presidente dell’European Conservatives and Reformists Party, ne è l’esempio più evidente. Per non parlare del mondo industriale e finanziario, i cui giornali non si stancano di scrivere di “riformismo” come parola di moda, per accattivarsi la simpatia del mondo del lavoro. Eppure, va ricordato: il riformismo o è socialista, o non è. Il riformismo, da cultura di governo, si è ridotto a parola vuota, usata per coprire l’assenza di visione. Il deficit di riformismo è il vero male della politica italiana contemporanea: nessuna forza sembra più credere nella trasformazione graduale, nel compromesso alto, nel progresso concreto. In un’epoca di estremismi urlati e di populismi travestiti da rinnovamento, il riformista è di nuovo solo, ma la sua solitudine resta l’ultimo baluardo di razionalità in un Paese che ha smarrito la misura e la speranza del futuro.