Questa è la terza di tre parti di un reportage dal carcere di Catanzaro che Nessuno tocchi Caino ha visitato insieme alla Camera penale il 18 luglio scorso. La prime due puntate sono state pubblicate sul Riformista del 12 e del 19 agosto.

L’area più critica del carcere è quella Sanitaria. Manca il medico notturno, nonostante vi siano pazienti che richiedono assistenza continua perché affetti da gravi patologie. Straziante il caso di L.I., malato di cirrosi epatica. Una notte ha accusato dolori lancinanti, che lo hanno portato a contorcersi e a piangere per ore, fin quando non è giunta la guardia medica, dall’esterno, che ne ha disposto il ricovero.
Oltre al personale, mancano anche i farmaci. Chi può, li compra da sé. Chi è povero, non ha diritto di ammalarsi. La salute, da queste parti, non è un lusso che si possono concedere tutti. E poi, in fondo, il cuore del problema: chi è disposto a indossare il camice in carcere?

I posti ci sono. Ma restano vacanti. Eppure, sulla carta, Catanzaro è considerato un centro clinico nel quale si trasferiscono i malati gravi. Sulla carta. Nella sostanza non funziona. E non solo per mancanza di medici. E così, i viaggi della speranza si trasformano in gironi infernali, con l’aggravante di aumentare il carico di un’area già al collasso. L’Istituto è anche accreditato per l’attività riabilitativo-motoria. Tra le dotazioni, una piscina e una sala per la ginnastica. Peccato, però, che la piscina non ha mai funzionato e nella sala riabilitazione vi sono una pedana e pochi attrezzi ammassati in un angolo. Morale: i detenuti vagano per la sezione con le stampelle o con la sedia a rotelle, increduli rispetto a un destino doppiamente beffardo.

Quando affrontiamo il tema, si leggono sul viso del Direttore lo sconforto e la rassegnazione. Nonostante il suo temperamento forte e la grande passione che infonde nel proprio lavoro, nota a tutti, ammette di non accettare più detenuti che necessitino di cure h/24 perché l’istituto non è (più) in grado di assicurare assistenza sanitaria continua. La situazione di disagio non muta nell’area lavoro, nella quale la mancanza di fondi si riflette sulle retribuzioni, poche e inadeguate. Parlare di paga proporzionata alla qualità e quantità di lavoro prestato è un’offesa alla Costituzione. In fondo, è vero che i salari sono (più) bassi, ma siamo pur sempre in intramoenia.

Man mano che il livello di sicurezza si “abbassa”, dall’AS1 all’AS3, aumenta il numero di detenuti per cella. In AS3, al 4° Piano, sono in 3. Chiedono che le porte siano aperte di giorno, per combattere il caldo nei pochi metri quadrati ove si fa fatica perfino a rigirarsi. Al terzo piano, mentre l’ala sinistra è stata ristrutturata, quella a destra è composta da celle vetuste, senza docce e senza acqua calda. Puoi mitigare il rigore dell’acqua fredda, utilizzando le docce in comune. E specie in autunno e in inverno, è opzione inevitabile. Il quadro non migliora nella media sicurezza, dove colpisce la natura multirazziale e multiproblematica dei residenti. Oltre alla loro povertà. Una suora tenace usa la leva del volontariato per contenere gli ulteriori effetti desocializzanti prodotti dalla miseria.

Il dato che molti di loro siano extracomunitari e tossicodipendenti, ci rafforza nella convinzione che il carcere, per tali categorie di soggetti, i disperati del nostro tempo, è sempre di più concepito quale pattumiera sociale. Altro che finestra di speranza sulla vita. Per non parlare della mancanza degli spazi ‘minimi’ indicati dalla sentenza Torreggiani. Una convinzione che diventa certezza quando, dalle periferie esistenziali, scopriamo che un piano è dedicato ai malati psichiatrici. Un grande giurista del secolo scorso, riflettendo sul tema, affermava causticamente che “nella nostra allegra Repubblica i pazzi li hanno aboliti per Legge”. Aveva ragione. Come se la malattia mentale e la tossicodipendenza possano trovare rimedio restringendo gli spazi di libertà. Soldi spesi male, che non curano le ferite, né quelle del corpo né quelle dell’anima, e non promettono prospettive di sicurezza futura. Ma per lo Stato va bene così.

Al termine del viaggio, rimane l’amarezza di un mondo pieno di potenzialità, di persone che sarebbero ben disposte a combattere la lotta col proprio destino, a mettercela tutta sulla via del riscatto, ma con le armi spuntate. Nessuno, pur volenteroso, può pensare di vincere da solo una battaglia così impegnativa. Siamo ancora lontani dal percorso di reinserimento sociale disegnato nella nostra Magna Charta. Aveva ragione Voltaire nel dire “non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una Nazione”. La nostra, nonostante gli sforzi dei naviganti, sulla rotta della civiltà veleggia ancora in alto mare.

*Segretario e Vice-Presidente della Camera penale di Catanzaro

(Fine)

Francesco Iacopino, Dario Gareri