Questa è la seconda di tre parti di un reportage dal carcere di Catanzaro che Nessuno tocchi Caino ha visitato insieme alla Camera penale il 18 luglio scorso. La prima puntata è stata pubblicata sul Riformista del 12 agosto.

All’ultimo piano, al vertice dell’Alta Sicurezza, inizia il nostro giro. Con lucidità di analisi, ci vengono segnalate le aree critiche del carcere. All’apice si pone l’area sanitaria, seguita da quella lavorativa. Ma, ancor prima, in emersione sono posti i (difficili) rapporti con il locale Ufficio di Sorveglianza, particolarmente per i detenuti per reati “ostativi”. Di certo, per tali categorie di ristretti, dalla biografia penale ingombrante, è molto difficile il contemperamento tra le esigenze di difesa sociale e il rispetto dei diritti individuali. Lo comprendono anche i “residenti” al piano. Ma, aggiungono, si fa fatica ad accettare alcuni processi decisionali, poco decifrabili al di fuori di una logica di rigore.

Dopo la sentenza ‘Viola’ dei Giudici di Strasburgo e l’intervento della Corte Costituzionale, nulla è cambiato. Su 200 detenuti “ostativi”, nessuno è riuscito a ottenere un permesso premio. Neppure uno che si sia affacciato a quella finestra sulla speranza che non ammette “aprioristiche” chiusure ed è la base giustificativa dei moniti europei. Eppure non mancano, proprio a Catanzaro, esperienze serie e feconde di percorsi trattamentali “meritevoli” di un minimo credito fiduciario. E, in assenza dei protagonisti, ci vengono segnalate almeno due esperienze innegabilmente feconde. È il caso di F.V., cuoco e autore del libro “Dolci cReati”, presentato in carcere alla presenza di tutte le autorità civili e religiose, capace di disegnare un’iniziativa imprenditoriale che si spera, a breve, possa prender corpo. E anche quello di S.F., laureato in sociologia con il massimo dei voti grazie anche alla guida sapiente e illuminata del Prof. Charlie Barnao.

Sono esperienze che testimoniano plasticamente come, proprio lì dentro, con costanza e tanta forza di volontà, cambiare è possibile. Che anche la notte più buia è attesa dalle prime luci dell’alba. Esperienze che, nondimeno, non sono ancora riuscite a guadagnare un “affaccio” sul davanzale della vita, anche solo per il tempo di un permesso. Niente “premi”. Eppure, ci pare evidente che proprio l’agognato “permesso” permetterebbe a F.V. e a S.F. di mettere alla prova la loro scelta di archiviare un passato ingombrante, di scrivere un’altra storia sulle pagine ancora intonse del libro della vita. Di dimostrare che il desiderio di riscatto non è una chimera. Che a 50 anni, 30 dei quali vissuti in carcere, dopo essersi riconciliati con se stessi e con le ferite rimarginate della società, si può (si deve) sognare e segnare un percorso diverso, tracciare un solco positivo, diventare seminatori di speranza, coltivare la passione per il bene possibile, per un mondo migliore possibile e così riscattare il male commesso. Che, in fondo, la mission e la vision dei nostri padri costituenti non è un’utopia.

Quale grande iniezione di fiducia sarebbe il loro definitivo “successo”, la loro riuscita, per tutti gli altri ancora imprigionati nella rete della rassegnazione. Per quelli che non credono che la ruota del destino possa davvero cambiare direzione. Che esiste anche per loro, ciascuno per nome, la chiamata a giocare la partita di un vero riscatto. Ci vuole tanta visione umanistica e tanto coraggio! Proseguendo il viaggio, raccogliamo storie di trattamenti che appaiono, non solo ai detenuti, contrari al senso di umanità. È il caso di B.M. Nel giugno 2021 ha chiesto un permesso (consentito dall’art. 30 O.P.) per far visita al papà in “imminente” pericolo di vita. Permesso negato. Non è facile misurare lo spazio di applicazione dell’aggettivo. E così, mentre la semantica pone geometricamente un argine all’accoglimento dell’istanza, il papà, in appena due giorni, si congeda dalla vita. Senza quel saluto. L’ultimo.

Analoga storia per il detenuto C., e altri come lui, che lamentano di essere stati autorizzati solo all’uso di videochiamate. Di fronte alla più terribile delle prove, il fine vita di un familiare o di un convivente, il formante giurisprudenziale ha istituito la visita all’infermo “da remoto”, così inserendo nel catalogo dei prodotti virtuali anche il sentimento della pietà. O, ancora, la drammatica vicenda di M.C., classe 1980. Per lunghi e interminabili giorni ha accusato dolori e febbre. Raccontano i compagni di piano che avrebbe chiesto, inutilmente, di essere ricoverato in ospedale. Chi doveva assumere decisioni, ci dicono, era convinto che M.C. simulasse il proprio dolore. Dopo 15 giorni ci finirà in ospedale. Ma con una setticemia che, in brevissimo tempo, gli presenterà il conto della vita. Aveva solo 41 anni. Lascia una giovane famiglia aggrappata alle lacrime di una perdita senza senso. È umano tutto ciò?

*Segretario e Vice-Presidente della Camera penale di Catanzaro

(Segue)

Dario Gareri, Francesco Iacopino