Cronaca
La desertificazione sociale avanza, bisogna salvare borghi e centri urbani e fermare il declino del commercio locale
Il declino del commercio locale, lo squilibrio abitativo e il turismo veloce stanno prosciugando la vita quotidiana. Per invertire la rotta servono risorse, visione politica e una nuova centralità per l’economia di prossimità
C’è un tema che ritorna con urgenza: quello della desertificazione di molte città e piccoli comuni. Non parliamo soltanto dei negozi che aprono o chiudono, ma della crisi profonda del commercio di prossimità, dell’artigianato, dei luoghi dell’incontro e dello scambio. Quei luoghi che generano valore perché custodiscono un’anima, non un format globale. Da un lato assistiamo all’atterraggio di brand multinazionali che canalizzano flussi e omologano le esperienze; dall’altro cresce un’offerta bulimica orientata al turismo veloce, che espelle gli abitanti e svuota la vita quotidiana. In parallelo, intere porzioni di città e di borghi si desertificano: attività che scompaiono, servizi inesistenti, spazi abbandonati in territori che avrebbero un enorme desiderio di comunità.
Due fenomeni speculari che convivono come nel paradosso italiano delle case senza abitanti e degli abitanti senza casa. Secondo Istat, in Italia oltre 2,1 milioni di abitazioni risultano vuote o sottoutilizzate (2022), mentre il disagio abitativo nelle aree urbane sfiora il 30%. Nel frattempo, Confcommercio segnala che negli ultimi dieci anni sono scomparsi 111mila negozi di prossimità, con una riduzione media del 20% nelle città medie. Abbiamo confuso l’economia della prossimità con quella della vicinanza, fatta di contatti senza relazioni, di spazi che si attraversano ma che non si abitano. Luoghi dove comanda il flusso, non la comunità; dove la comunanza diventa una strategia di vendita e non una dimensione civile. Lo conferma con chiarezza anche la ricerca SWG–Confcommercio presentata a Bologna con l’iniziativa “inCittà – Spazi che cambiano, economie urbane che crescono”.
I negozi di vicinato sono percepiti come infrastrutture sociali: per il 64% favoriscono la socialità, per il 62% migliorano la cura degli spazi comuni, e per il 60% contribuiscono alla sicurezza. Non sono semplici punti vendita: sono dispositivi di riconoscimento e presidio civico.
E dentro questa percezione emerge un elemento decisivo: il desiderio. Il desiderio di prossimità è, oggi, un vero fattore di innesco comunitario. Due italiani su tre chiedono più negozi sotto casa, spinti dal bisogno di alternative e dalla volontà di ridurre gli spostamenti quotidiani. Il desiderio di un mix tra piccoli e medi negozi tocca picchi del 75% nelle città medio-piccole e nel Mezzogiorno. L’analisi di Confcommercio sul piano ripropone un tema che conosciamo bene: sicurezza, vitalità urbana e inclusione non esistono senza luoghi dotati di funzioni, relazioni, mutuo riconoscimento. Non basta lo spazio: serve significato.
La sfida della prossimità è un dilemma cooperativo: nessun attore da solo può invertire la rotta. Servono integrazione tra risorse pubbliche, private e comunitarie; servono modelli ibridi in cui la somministrazione si combina con la relazione, in cui prodotti e servizi sono percepiti come parte di quel territorio e non come dispositivi estrattivi. Servono politiche, ma soprattutto risorse e finanza. E qui l’Italia ha un potenziale spesso sottovalutato: un sistema finanziario caratterizzato da una biodiversità unica in Europa. Banche (cooperative e non), fondazioni, strumenti di finanza ad impatto, piattaforme di credito civico e comunitario: un ecosistema già pronto a sostenere economie territoriali radicate, purché arrivi un segnale chiaro. La finanza, oggi, c’è; mancano una direzione politica e un quadro di priorità che le permettano di agire come leva di trasformazione e non come semplice erogazione episodica. Anche sul fronte abitativo questo nodo è evidente. Il valore delle case cresce nelle zone più attrattive, ma l’asset decisivo resta quello comunitario.
Non possiamo far crescere solo il valore fisico senza garantire accesso equo a chi, proprio a causa di quegli aumenti, rischia di essere espulso. Abitare, commercio, servizi, spazi comuni: sono pezzi dello stesso ecosistema e possono crescere solo insieme. Nessun intervento settoriale, da solo, cambia la traiettoria. Occorre cambiare le regole del gioco. Ridisegnare l’offerta di servizi, ripensare l’uso degli spazi, far emergere quella domanda potente ma ancora dormiente: la domanda di prossimità. Le città e i borghi non hanno bisogno di più consumo ma di vera prossimità. Per farlo, bisogna riconoscere che nessuno si salva da solo e che le soluzioni devono essere costruite dentro il paradigma dell’economia sociale. Non come socialità dell’economia, ma come economia civile capace di rigenerare la civitas. È qui che può riaprirsi un nuovo dibattito pubblico: radicale, coraggioso, e soprattutto necessario.
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