Il conflitto in Iraq
La storia del Tornado di Bellini e Cocciolone abbattuto durante la prima guerra del Golfo del 1991
Tra le notizie che arrivano oggi dal Medio Oriente, tra tensioni crescenti e l’F15 statunitense abbattuto, per l’Italia il pensiero corre inevitabilmente a una pagina precisa della nostra storia militare: l’Operazione Locusta. Correva il 1991, Prima Guerra del Golfo. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’Aeronautica Militare italiana tornava a operare in missioni di combattimento. Un passaggio storico, simbolico, ma anche drammatico. L’operazione rappresentò il contributo italiano all’intervento internazionale contro l’Iraq di Saddam Hussein, dopo l’invasione del Kuwait. Dieci aerei Panavia Tornado IDS furono schierati dalla nostra aeronautica nel Golfo Persico, impegnati in missioni ad altissimo rischio, spesso notturne, a bassissima quota, contro obiettivi difesi da una fitta rete contraerea.
Fu proprio durante la primissima notte di guerra, tra il 17 e il 18 gennaio, che si consumò uno degli episodi più impressi nella memoria collettiva italiana. Il Tornado pilotato dal maggiore Gianmarco Bellini e dal capitano Maurizio Cocciolone riuscì, unico tra decine di velivoli, a completare il rifornimento in volo e a proseguire la missione in solitaria. Una scelta che oggi definiremmo estrema, ma perfettamente coerente con le regole operative di allora. Dopo aver sganciato il carico bellico, l’aereo venne colpito dalla contraerea irachena. I due aviatori riuscirono a salvarsi lanciandosi con il seggiolino eiettabile, finendo però nelle mani dei nemici. La prigionia dei due militari italiani durò 47 giorni, tra violenze e pressioni psicologiche, diventando uno dei simboli più forti del coinvolgimento italiano nel conflitto.
Quell’episodio segnò un’intera generazione. Non solo per il coraggio dimostrato, ma anche per la brutalità della guerra moderna, fatta di tecnologia avanzata ma anche di vulnerabilità umana estrema. Oggi, di fronte alle notizie di un nuovo abbattimento e di piloti costretti a lanciarsi nel vuoto per salvarsi, il parallelismo è immediato. Cambiano gli scenari, cambiano gli equilibri geopolitici, ma certe immagini restano identiche: il cielo squarciato, il silenzio dopo l’impatto, la speranza appesa a un paracadute. La memoria non è solo esercizio storico. È uno strumento per comprendere il presente. Perché ogni volta che un aereo viene abbattuto, non è solo un fatto militare. È una storia umana che si ripete. E per l’Italia, quella storia ha un nome preciso: Bellini e Cocciolone.
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