Le Ragioni di Israele
L’ipocrisia sul pantano della guerra in Iran
Forse sul conflitto in corso tra due democrazie e il regime iraniano occorrerebbe mettersi d’accordo. E dovrebbero mettersi d’accordo – in primo luogo con sé stessi – quelli che, del tutto legittimamente anche se un po’ troppo comodamente, snocciolano giudizi critici a proposito dell’intervento israelo-statunitense che, a un paio di settimane dall’inizio, non ha portato alla capitolazione dell’Iran.
Chi, evocando scenari vietnamiti, argomenta che l’amministrazione di Donald Trump si ritroverebbe già in un “pantano” (lo ha fatto Paolo Mieli sul Corriere di ieri), dovrebbe forse spiegare se il rilievo critico riguarda un rendiconto di efficacia dell’intervento bellico a qualche giorno dall’esordio o, invece, se si tratti di contestare l’opportunità e la legittimità dell’iniziativa. Se, insomma, il problema riguarda il “come” o, piuttosto, il “se” di questa guerra. Perché capisce chiunque che il discorso cambia – e radicalmente – secondo che si discuta di una cosa o dell’altra.
Sul “come” – è inutile dirlo – si può ragionare. Ma a un patto: e cioè a condizione che si spieghi come altrimenti quell’intervento sarebbe dovuto cominciare e come altrimenti avrebbe dovuto avere corso. Il tutto, possibilmente, spiegando in che modo e alla luce di quale esperienza pregressa una iniziativa bellica contro uno Stato popoloso, non poco armato e rigidamente rinchiuso in un regime dispotico sia destinato a collassare a buon prezzo, nel volgere di un paio di settimane.
Un diverso fronte della discussione si apre invece, appunto, se a venire in conto non è più un giudizio critico sull’efficacia di quell’intervento, ma sul fatto che fosse giusto e opportuno attuarlo. Che va benissimo un’altra volta: basta dirlo. Solo che, dicendo così, si dice che era più giusto e più opportuno (per chi?) lasciare in pace l’equilibrio minaccioso che il regime iraniano aveva imposto su una intera regione – il Medio Oriente – inseminata di radicalismo a Gaza e in Iraq, nello Yemen e in Siria, in Libano e in Cisgiordania. A tacere, ovviamente, delle autonome e dirette capacità offensive dell’Iran: il quale – anche se la cosa, riguardando Israele, è comprensibilmente trascurata – aveva già dato dimostrazione di sé lanciando sullo Stato ebraico, nel 2024, il più massiccio attacco balistico mai registrato nella storia moderna.
Sono dati di realtà con i quali sarebbe saggio confrontarsi sia quando si discute criticamente dell’efficacia delle operazioni israeliane e statunitensi (non è, né mai nessuno ha pensato che fosse, una scaramuccia), sia quando se ne contestano le ragioni di principio.
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