Giustizia
L’Anm ha trovato il palcoscenico per la nuova stagione politica: la Corte di Cassazione
La Corte di Cassazione non è più soltanto il vertice della giurisdizione: è diventata anche il palcoscenico ideale per la nuova stagione politica dell’ANM. Nell’aula magna della Suprema Corte è andata in scena una rappresentazione dal titolo “Giusto dire No”, più simile a uno show che a un confronto sulla giustizia. Sul palco si alternano artisti, giornalisti e magistrati: Edoardo Bennato non canta, ma fa da simbolo al “popolo”; Sigfrido Ranucci ironizza; Nicola Gratteri rimprovera i colleghi e riceve applausi. Tra roll-up e slogan, la magistratura associata mette in scena la propria idea di giustizia: emotiva, militante, autoreferenziale.
Difficile non cogliere le contraddizioni. Gratteri, che per anni ha sostenuto il sorteggio per il CSM come antidoto al correntismo e ha spesso criticato l’ANM, cambia ora posizione e diventa ospite d’onore (senza, peraltro rinunciare a criticare i Colleghi che lo applaudono soddisfatti). C’è poi il giornalista che, per sua stessa ammissione, è coinvolto in vari procedimenti per diffamazione e che riceve una standing ovation da un pubblico di magistrati: quanti di loro saranno chiamati a giudicarlo? Il tutto nella sede più solenne della giurisdizione italiana, trasformata per un giorno in teatro di consenso.
Nel frattempo, al Consiglio Superiore della Magistratura siede il consigliere togato indipendente Andrea Mirenda, sorteggiato, che continua a denunciare dall’interno le derive correntizie e l’influenza indebita dell’associazionismo giudiziario sulle nomine e sulle carriere. Le sue parole richiamano da vicino il monito del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che nel 2020 parlò di “una magistratura china su sé stessa, preoccupata di costruire consensi a uso interno” e di “una grave distorsione diffusasi nei criteri e nelle decisioni del governo autonomo della magistratura”. Mattarella sottolineò allora la “vastità del fenomeno” e “l’ampia diffusione della distorsione” che aveva minato l’autorevolezza dell’ordine giudiziario. Un avvertimento oggi più attuale che mai. Eppure, invece di interrogarsi su queste patologie che hanno portato il legislatore a valutare il sorteggio per il CSM, l’ANM sembra preferire la passerella. Le denunce di chi, come Nino Di Matteo, ha lasciato l’associazione definendola “ancora in mano alle correnti”, vengono archiviate con fastidio, mentre si esibiscono i dati sulle nuove iscrizioni dei giovani magistrati come prova di vitalità.
Difendere l’indipendenza della magistratura attraverso eventi mediatici, ospiti celebri e slogan pubblicitari, proprio in Cassazione, non è solo paradossale: è dannoso. La credibilità non si costruisce con gli applausi che i magistrati si tributano tra loro, ma con sobrietà, misura e trasparenza. La magistratura italiana, già ai minimi storici nella fiducia dei cittadini, continua a confondere consenso e autorevolezza, immagine e sostanza, come se l’opinione pubblica non sapesse distinguere e comprendere la realtà. E mentre l’ANM si presenta come paladina della democrazia e difensore della Costituzione, ciò che mostra al Paese è una corporazione che ha smarrito il senso del limite: troppo intenta a parlarsi addosso per ascoltare la società che dovrebbe servire. Quando la giustizia si mette in scena perde solo credibilità.
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