Le donne erano d’arancia, d’uva, d’oliva, dorate di grano, alterne alle messi e alle stagioni, mutavano fatica e odore secondo il frutto che strappavano alla terra. Erano figlie, madri, nonne. Soprattutto e solo donne, piene di ogni loro sentimento.  Erano il profumo del pane che scorticava mani, da portare a casa. Fra tutte le donne del Sud, di un tempo che sta giusto dietro la porta, che ha toccato gli anni ottanta, le più profumate erano le madri di maggio, le mamme di gelsomino: «le voci nostre in volo vanno / per cacciare il timido principe dal sonno / l’amore nostro che ci regala il doloroso inganno…». Mettevano i figli a letto e uscivano nel cuore della notte, cantando, lunghe processioni ornate del lino bianco dei sacchi che tenevano legati al grembo.

Raggiungevano i giardini degli gnuri e strappavano ottomila gemme bianche, raccolte delicatamente per non sciuparle, e le deponevano con cautela. Da mezzanotte a giorno fatto, i gelsomini erano timidi vampiri che si richiudevano nelle loro bare profumate per sfuggire a un sole, per loro, mortale.  Ottomila fiori ci volevano per fare un chilo, le più svelte ne contavano fino a quarantamila per notte, un milione e duecentomila per mese, per riportarsi a casa quelle poche lire buone a riempire le pance dei propri figli, riempiendo di milioni le tasche dei signori. Chi non le ha odorate quelle albe dense di ritorni profumati, non lo sa quanto eroismo ci sia stato nelle mamme di gelsomino.
Chi non ha assistito alle magie di quelle donne, buone a trasformare qualche cucchiaio di triste concentrato di pomodoro in sontuose e invitanti pastasciutte, non lo ha mai assaggiato il coraggio magico delle madri del Sud. E chi non c’è mai stato nella pancia del popolo, non può saperlo che ci ha provato e riprovato, per migliorare la propria sorte.

E nessuno lo sa che nelle lotte più belle ci sono sempre state le donne di maggio in prima fila. E anche se si è perso, senza di loro la deriva sarebbe stata totale. Che, se ancora una speranza c’è, lo si deve alla forza morale di quelle madri, donne, che anche durante le tempeste più buie hanno fatto di tutto per indirizzare alla luce. Portavano a letto i figli con ninna nanne e favole, figlie di cunti meravigliosi, contavano quarantamila fiori, e al mattino tornavano a cuntare favole con quel po’ d’orzo o di latte che con la loro fatica riempiva le tazze.

Nascondevano il sudore sotto il profumo del gelsomino e dopo dodici ore di lavoro, sorridenti, si mettevano a pulire e cucinare. Ecco, state attenti a parlare di cattivi del Sud, se non conoscete la storia delle loro madri.  E non date colpe alle mamme, a volte i figli vengono sbagliati, nonostante il profumo del gelsomino.