C’è più sentimento nelle cartacce arrotolate dal vento in una polverosa strada deserta che nel freddo sudore di una piazza Duomo travolta da una folla elettrizzata dagli sconti dei negozi. Il black friday scuote il portafoglio senza lambire il cuore, lontano dal centro nascono storie che narrano di montagne lontane, si forma l’eco di resistenze eroiche in posti sperduti. Più si costringe la gente ad abbandonare i paesi, le contrade e quelle vivono più intensamente nei pochi. Ché certo sopravvive più vita nello spirito di un eremita che dentro il Rolex di un Pariolino. Sta accadendo come per le ideologie: qualcuno, troppo fesso, o troppo furbo, ha detto che erano morte e tutti sono scappati a nascondere le proprie bandiere, di qualunque colore fossero. E adesso, in affanno, in tanti cercano nei nascondigli più reconditi con l’unica speranza di ritrovarle.

Si è detto per tanto tempo che il centro era bello, era tutto, e la gente si è fatta fregare, ha mollato i luoghi dell’anima per infilarsi in formicai enormemente deserti. E adesso, col cuore amaro, si capisce che la vita sta da un’altra parte, che l’anima ha più fame della pancia. Che il primo alimento dell’uomo è l’umanità. E l’umanità sta più nelle capanne che nel Liberty, più nelle solitudini dense che negli strusci depressi. La tensione sta a Sud, in qualunque Sud: nei luoghi spazzati dal vento e arroventati dal sole e dall’oppressione, nei posti capaci di riprodurre l’irruenza vitale che Dio, gli Dei o il Fato hanno messo nelle gonadi umane. È stato innaturale dichiarare Mecca le City.

L’anima dell’uomo sta alle pendici del Vesuvio, nel giro beffardo delle madri di Plaza de Mayo, nei traffici di Culiacàn, nei mercati profumati di Tangeri. E non c’è Sud che non sia nello stesso tempo Oriente, figlio di un’Atene così immortale che non esiste fame che l’ammazzi. E tutte le periferie d’Italia sono Oriente, e Sud, l’anima indispensabile per l’Occidente. Oriente nella segale che discende le montagne per fare scuro il pane. Nella curcuma che apre l’anima dei ceci e sventra la pancia ai fagioli. Nell’origano sui pomodori, il cumino e la cannella dei sughi, la menta sopra le patate. Oriente nel fiato che si riscalda sul mare e solleva terra sugli asfalti, mischia il respiro del pino laricio e dell’abete bianco alla saliva salmastra dello Jonio, agli sputi addolciti dell’Adriatico. Il Sud è l’Oriente dell’Italia negli enigmi dei volti delle sue donne, imperi inconquistabili di fascino. Oriente nei sorrisi aperti dei suoi uomini, nella loro luce e nel loro buio, nell’eroismo e nel tradimento compagni di un viaggio millenario. Oriente in un futuro che è già stato, in un passato che ritornerà, tutti a far compagnia a un presente scolpito nel cielo madonna del Mediterraneo, l’Oriente della luce complementare che tridimensiona tutto. Oriente di tartarughe nate su sabbie intinte nell’olio e nel vino, fritte e bollite. Questo sono e questo saranno i figli del Sud, e non ci sarà diaspora buona a trasformarli in creature del tramonto.