Blindare Cipro e tutto il Mediterraneo orientale. È questo l’input arrivato da Emmanuel Macron, Giorgia Meloni e Kyriakos Mitsotakis. I leader di Italia, Francia e Grecia, in una “telefonata di solidarietà europea”, hanno deciso di coordinarsi per garantire la sicurezza dell’isola, del Levante e delle rotte del Mar Rosso. E la conversazione, giunta dopo che lo stesso capo dell’Eliseo aveva parlato lo scorso martedì dell’idea di costruire una coalizione per la sicurezza delle rotte marittima mediorientali, conferma come l’Europa stia iniziando a muovere i primi passi in quel quadrante del mondo in fiamme.

Per adesso, il primo obiettivo è quello di proteggere Cipro, L’isola di Afrodite, parte dell’Unione europea e oggetto di alcuni lanci di droni diretti alle basi britanniche sul suo territorio, da sola non può farcela. Atene è stata la prima a inviare navi, aerei e sistemi di difesa. Al governo greco si è aggiunto quello di Londra, dove Keir Starmer ha ribadito che non di unirsi agli attacchi all’Iran ma ha confermato il pieno impegno del Regno alla difesa degli alleati regionali. Un intervento che però Nicosia considera fin troppo tardivo, al punto che ieri, per stemperare le polemiche, è dovuto andare sull’isola direttamente il segretario alla Difesa, John Healey. Dopo, è stato Macron ad annunciare l’invio di una nave, la fregata Languedoc, insieme a mezzi antiaerei e a confermare il prossimo arrivo nel Mediterraneo orientale della portaerei nucleare Charles de Gaulle. E infine, ieri anche il ministro della Difesa Guido Crosetto ha annunciato l’impegno italiano insieme anche alla Spagna e ai Paesi Bassi per rafforzare la difesa di Cipro. L’Unione europea dunque inizia a muoversi. O almeno, una parte di essa. Ma Cipro è solo una delle direttrici su cui si stanno mobilitando diversi Stati del Vecchio Continente.

L’altro dossier che occupa (e preoccupa) è anche quello di aiutare le monarchie del Golfo. Partner energetici, economici e spesso anche politici e che ora si trovano sotto la pioggia di fuoco dell’Iran. La Francia, che ha basi militari ad Abu Dhabi, ha inviato altri sei caccia Raphale negli Emirati Arabi Uniti, e lo ha confermato la stessa ministra della Difesa Catherine Vautrin. Starmer, che deve gestire anche l’ira di Donald Trump per non essersi adeguato ai desideri del tycoon sull’uso delle basi e sull’unirsi alla guerra, ha confermato l’invio di ulteriori quattro caccia Typhoon in Qatar. E i militari di diversi contingenti internazionali (tra cui dell’Italia) continuano a essere di stanza in diverse basi prese di mira dal fuoco iraniano, in particolare a Erbil, nel Kurdistan iracheno, e in Kuwait. L’escalation, dunque, lambisce l’Europa a livello geografico e inizia a coinvolgerla sul piano politico e strategico. Il tema è fondamentale anche per la Nato. Il segretario generale, Mark Rutte, ha confermato che l’Alleanza non è coinvolta direttamente ma che vi è un “ampio sostegno” tra gli Stati membri all’iniziata di Israele e Usa e c’è anche un sostegno operativo e logistico da parte di alcuni di loro. “Credo che ci sia accordo sul fatto che dobbiamo assicurarci che l’Iran non sia più in grado di essere una minaccia per i suoi vicini, per Israele, per il Medio Oriente, per l’Europa”, ha sottolineato Rutte.

Ma nello stesso tempo, non si ferma il lavoro della diplomazia europea per fermare l’escalation. Macron e Starmer hanno più volte sottolineato di essere a lavoro con i leader regionali per cercare una via che eviti un incendio ancora più ampio. I ministri degli Esteri del Consiglio di cooperazione del Golfo e dell’Unione europea hanno ribadito ieri il loro impegno al dialogo e alla diplomazia come mezzi per risolvere la crisi. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha sentito ieri al telefono il suo omologo iraniano Abbas Araghchi confermando l’impegno di Parigi alla de-escalation. E l’impressione è che nel Vecchio Continente si stia cercando di limitare un’escalation che inizia a preoccupare sia per le ricadute economiche che per quelle strategiche.