Esteri
L’identikit del russofilo contemporaneo: complottista, novax e antioccidentale
Il sentimento russofilo che attraversa una parte significativa della società italiana – e non solo italiana – rappresenta un fenomeno complesso, stratificato, che affonda le sue radici in retaggi ideologici, suggestioni geopolitiche, narrazioni culturali e fragilità contemporanee. La sua persistenza, anche di fronte all’evidenza dell’invasione dell’Ucraina del 2022 e delle violazioni sistematiche del diritto internazionale da parte della Russia, rende difficile, per una parte dell’opinione pubblica, schierarsi apertamente dalla parte del Paese aggredito. Non si tratta di semplice disinformazione o superficialità: il sostegno più o meno esplicito a Mosca si alimenta di ideologie antiche e nuovi “valori”, spesso contraddittori, che convergono in una sorta di “ecosistema del dubbio” dove l’aggressore diventa vittima, la realtà viene relativizzata e la solidarietà con gli ucraini viene percepita come una forma di allineamento forzato all’Occidente.
Nonostante la dissoluzione dell’Unione Sovietica, una parte della cultura politica italiana continua a interpretare la Russia odierna come erede – in continuità o in rottura eroica – dell’Urss. Da un lato c’è chi conserva un legame idealizzato con l’antifascismo sovietico, con il mito dell’Armata Rossa liberatrice, con una rappresentazione della Russia come “potenza del popolo”, in contrapposizione agli imperialismi occidentali. Dall’altro lato sopravvive una destra radicale che ha sempre guardato con simpatia al “patriottismo russo”, alla sua vocazione autoritaria, alla figura dell’uomo forte capace di difendere valori identitari minacciati dalla modernità liberaldemocratica. In entrambi i casi – seppur per ragioni opposte – Vladimir Putin appare come il depositario di una missione storica: per alcuni è il restauratore della grandezza sovrana contro il dominio degli Stati Uniti; per altri è il baluardo contro l’Occidente “decadente”, globalista e multiculturale.
A intrecciarsi con queste continuità ideologiche interviene poi un universo variegato di movimenti religiosi, antiscientifici e complottisti. Tutte le principali organizzazioni del fondamentalismo cattolico europeo hanno assunto, negli ultimi anni, una postura apertamente filorussa, perché il Cremlino ha saputo proporsi come difensore dei “valori tradizionali”, della famiglia e dell’identità cristiana, contro il relativismo morale occidentale. La retorica russa sulla “decadenza dell’Occidente” – abilmente amplificata dai media di propaganda come RT e Sputnik – si sposa perfettamente con l’immaginario di questi gruppi. Un discorso simile vale per gran parte dei movimenti novax e antiscientifici. La diffidenza verso le istituzioni democratiche, verso i media ufficiali e verso la comunità scientifica ha creato il terreno ideale per accogliere le narrazioni del Cremlino, che fanno leva proprio su queste incertezze. Nell’universo complottista contemporaneo, la Russia non è tanto una potenza geopolitica quanto un “simbolo”, un riferimento alternativo al sistema occidentale, una presunta voce libera che dice verità che “l’informazione mainstream” nasconderebbe. Da qui discendono paradossi solo apparenti: chi ha manifestato contro i vaccini, chi ha diffuso teorie pseudoscientifiche, chi vede ovunque il segno di una manipolazione globale, spesso considera la Russia come un faro di autenticità contro l’establishment. In questo conglomerato eterogeneo si inserisce anche la destra neofascista, attratta dal nazionalismo muscolare e dall’autoritarismo putiniano.
Per tutto questo universo, l’Occidente è il centro assoluto del male, e qualunque potenza vi si opponga merita automaticamente sostegno, indipendentemente dalla natura del suo regime o dalla sua condotta militare. L’Ucraina non è più un Paese invaso, ma un semplice “strumento della Nato”, un “regime nazista”, secondo la propaganda standardizzata del Cremlino. Il risultato di questa convergenza tra radicalismi identitari, nostalgie ideologiche e sfiducia sistemica è un clima in cui sostenere apertamente l’Ucraina può apparire impopolare, divisivo o ingenuo. Il russofilo contemporaneo non si definisce quasi mai tale: preferisce parlare di “pace”, di “neutralità”, di “comprendere le ragioni di entrambe le parti”, mentre ripete inconsapevolmente – o consapevolmente – le strutture narrative costruite da Mosca. Se appoggi l’Ucraina, sei manipolato dagli Stati Uniti; se denunci i crimini di guerra russi, sei un propagandista; se difendi il diritto internazionale, sei un ingenuo che non conosce le “vere dinamiche del potere”. Comprendere e analizzare questo sentimento non significa legittimarlo, ma riconoscere come esso sia il prodotto di una lunga sedimentazione culturale, di paure contemporanee e di abilissime strategie di influenza. È solo da questa consapevolezza che può nascere una risposta politica e civile capace non solo di difendere l’Ucraina, ma anche di ricostruire un senso critico collettivo oggi profondamente eroso.
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