La caduta degli Ayatollah cambierebbe buona parte dei rapporti tra Cina e Iran. Quanto anche gli equilibri che la prima ha con gli Usa. D’altra parte, Xi Jinping è un leader pragmatico e finora la sua contrarietà alla spallata che Washington potrebbe dare al regime è stata solo pro forma. Perché? Francesco Sisci, sinologo e direttore di Appia Institute, ci aiuta a capire come Pechino stia osservando i disordini in Iran.

In questo momento, la linea cinese è sì di ammonimento, ma anche di attesa. Quali sono i timori di Pechino per un intervento “boots on the ground” Usa?
«La Cina ha deciso, saggiamente dal suo punto di vista, di non impegnarsi a sostegno degli Ayatollah. Non è contro di loro, è contro un intervento americano, ma non si vuole fare imbrogliare in una difesa molto difficile di un regime che traballa. In Iran le proteste aumentano di frequenza e volume. Stanno diventando più organizzate e coordinate tra di loro, segno di un coordinamento unitario dietro le piazze. Ci sono poi segnali di cedimento da parte del governo. Alcuni settori potrebbero parlare con i dimostranti e anche con Israele o l’America. Inoltre, in Venezuela gli Usa hanno dimostrato una capacità di intervento chirurgico. Lo stesso ha provato Israele in Iran. In questa situazione sarebbe un rischio molto grande per Pechino scommettere su Teheran. La Cina già ha sbagliato a sostenere la Russia in Ucraina, Hamas a Gaza, Maduro in Venezuela, oggi probabilmente ha imparato che bisogna essere prudenti. Ciò detto non si metteranno contro gli Ayatollah. Forse proveranno a parlare con tutti. Lo hanno fatto già a Myanmar, anche se in Iran potrebbe essere più difficile».

La caduta degli ayatollah rappresenta davvero un elemento di preoccupazione per Pechino? Più volte la Cina sa come adeguarsi ai nuovi equilibri internazionale che, all’apparenza, le sono sfavorevoli.
«Un nuovo governo dopo cinque decenni di regime sarebbe di per sé un’incertezza. Senza gli Ayatollah nulla sarebbe come prima. Chi succederebbe al potere sarà più filo americano. D’altra parte, i cinesi sono pragmatici e gli iraniani alla fine pure. La Cina è sempre un grande importatore e l’Iran dovrà vendere a qualcuno il suo petrolio. Inoltre avrà bisogno di avviare un processo di ricostruzione industriale e i cinesi hanno buone società di costruzioni con ottimi prezzi ed esperienza in Iran».

L’operazione di Maduro e quella eventuale su Teheran sono un motivo valido per Xi per intervenire a sua volta su Taiwan?
«Da una parte, queste operazioni tolgono un velo legale a possibili interventi cinesi. Lo hanno fatto gli americani, lo possiamo fare anche noi. E il diritto internazionale va fuori dalla finestra. D’altro canto, c’è la domanda tecnica: i cinesi saprebbero farlo? Tentare operazioni del genere ma poi fallire sarebbe umiliante. Nella situazione della Cina, pochissimi funzionari se ne prenderebbero il rischio, sapendo di rischiare punizioni pesanti. La responsabilità di un ordine simile dovrebbe venire direttamente da Xi Jinping. Ma nel caso che l’intervento andasse male, cosa dovrebbe fare Xi? Dimettersi? Poi c’è il rischio che qualcuno remi contro negli apparati cinesi e faccia saltare tutto proprio per umiliare Xi. Diversamente sarebbe se qualcuno, nelle forze armate si prendesse singolarmente tale responsabilità. Ma per ora mi pare molto improbabile».

Quali sono attualmente gli schieramenti navali nelle acque prospicenti l’isola?
«La Cina ha una posizione di forza, ma è sulla carta. Operazioni di sbarco sono sempre fallite nella storia e Taiwan si sta preparando. Per ora si tratta di reciproca deterrenza».

Pechino cosa potrebbe pretendere da Washington affinché gli Usa abbiano le mani libere in Medio Oriente (ma anche altrove)?
«Non credo che Usa e Cina giochino a una mini Yalta in Iran o altrove. Washington persegue la sua agenda senza consultare la Nato figuriamoci se consulta la Cina. Per Yalta fu necessario una guerra insieme contro un nemico comune, e l’assenza di altri attori politici. Oggi non è affatto così».

Quali sono le prospettive e il sentiment per l’anno appena iniziato? Non solo da un punto di vista politico, ma anche industriale e finanziario?
«Bisogna vedere cosa esce dal vertice di aprile tra Trump e Xi. La Cina mirerà a sedurre e impressionare Trump in mille modi con un misto di lusinghe, velate minacce e fascino. I cinesi sono molto bravi in questo. Bisogna capire cosa farà Trump. In quest’ottica, la caduta degli ayatollah sarebbe sì uno smacco per Pechino. Indebolirebbe la Russia in un momento già difficile della invasione in Ucraina e darebbe a Trump più forza di leva rispetto al ricatto sulle importazioni di terre rare e altri prodotti. Di più, su Xi incomberebbe l’ombra che gli Usa prima o poi potrebbero ripetere azioni analoghe a Pechino. D’altro canto, se la vicenda della Groenlandia viene gestita male, e si crea una spaccatura tra Usa e Nato, questo avrebbe un riflesso nei rapporti tra Washington e suoi alleati in Asia e tutto ciò cambierebbe molti elementi della chimica del prossimo vertice fra Trump e Xi».