Il procedimento appena avviato dalla Commissione europea contro Google per verificare se Android debba aprire le sue funzioni più profonde agli assistenti AI concorrenti di Gemini, non è un classico caso di enforcement del Digital Markets Act. Premesse e implicazioni del procedimento portano alla luce quello che rischia di essere un limite strutturale del modello regolatorio europeo: quando un singolo componente (il sistema operativo che ospita l’AI che agisce sulle App) svolge contemp

oraneamente più funzioni, le categorie tradizionali della regolazione perdono presa. Ed è qui che si apre la questione che spesso il dibattito pubblico tende a rimuovere: non se regolare, ma quanto e come.
Negli ultimi anni l’Unione europea ha prodotto una stratificazione normativa senza precedenti: DMA, AI Act, Data Act, DSA, GDPR, Codice europeo delle comunicazioni elettroniche, Gigabit Infrastructure Act, atti delegati, raccomandazioni, linee guida. Ogni testo nasce con una finalità legittima e una logica interna coerente. Il problema è che presi insieme generano un perimetro di obblighi che si sovrappongono o si rincorrono. L’impresa che opera in Europa non si confronta più con una regola, ma con un sistema di regole che possono persino essere “concorrenti” e che producono incertezza proprio sui punti che dovevano chiarire. Il caso Android-Gemini è emblematico. Il DMA è stato costruito per disciplinare servizi di piattaforma separabili: motori di ricerca, browser, app store, social network. L’AI integrata nel sistema operativo non è un servizio tra gli altri, bensì la pietra angolare dell’intera architettura del dispositivo: stabilisce quali opzioni rendere praticabili ancor prima che l’utente scelga, orientandone di fatto le decisioni. Applicare a questo livello categorie pensate per servizi distinti significa forzare lo strumento oltre la portata per cui era nato. E se l’AI Act presuppone che i rischi siano identificabili ex ante in capo a un singolo sistema, nelle architetture integrate il rischio emerge dall’interazione tra componenti e non dal componente in sé.

In questa condizione la risposta non può essere produrre nuove regole: aggiungere strati a un sistema già sovraccarico non risolve il disallineamento, lo aggrava. La direzione da seguire è opposta: ridurre, consolidare, indirizzare meglio. Ridurre significa eliminare sovrapposizioni, abrogare obblighi che hanno perso ragion d’essere, accorpare procedure che oggi corrono in parallelo presso autorità diverse. Consolidare significa preferire regolamenti direttamente applicabili a direttive che producono ventisette interpretazioni nazionali e tentare, dove possibile, di raccogliere in un unico testo gli atti che insistono sulla stessa materia. Indirizzare meglio significa abbandonare la logica della regola uniforme e adottare un approccio proporzionato, fondato sulle condizioni reali del mercato e sull’effettiva presenza di posizioni di dominio.
La Commissione sembra averlo intuito in alcuni dossier recenti, dal Digital Omnibus al Digital Networks Act, dove la parola d’ordine è la semplificazione: salvo poi ricadere in eccessi di iper-regolazione, come dimostra l’obbligo di switch-off del rame. Ma la semplificazione non è uno slogan: richiede scelte politiche concrete su cosa eliminare e su dove ridurre l’intervento ex ante a favore di un controllo ex post più rapido. Il caso Android mostra che il diritto europeo ha bisogno non di più strumenti, ma di strumenti migliori.

La vera partita dei prossimi anni non si decide nel verificare se Bruxelles debba imporre l’apertura di un sistema operativo, ma nella capacità dell’Unione di rivedere il proprio metodo regolatorio prima che l’inflazione normativa renda inapplicabile ciò che pure è stato scritto con buone intenzioni. Regolare meno e regolare meglio non è una resa, è la condizione minima perché la regolazione torni ad essere ciò che deve: uno strumento al servizio di obiettivi, non un fine che giustifica sé stesso.

Sergio Boccadutri

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