Da una parte c’è una donna costretta alla clandestinità, Nobel per la Pace, che parla al suo Paese da un luogo segreto dicendo: «Se mi trovano, mi fanno sparire. Ma la transizione è già cominciata». Dall’altra c’è una portaerei americana — la USS Gerald R. Ford, la più grande del mondo— che staziona nel Mar dei Caraibi con un gruppo d’attacco formidabile: diecimila militari e raid continui contro le barche dei narcos, che hanno già provocato un significativo numero di perdite tra i trafficanti.

Maria Corina Machado e Donald Trump sembrano appartenere a due mondi opposti. In realtà fanno parte della stessa strategia: spezzare, dall’interno e dall’esterno, il regime narco–terrorista di Nicolás Maduro. Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno aumentato in modo evidente la pressione militare nella regione. La Ford si è aggiunta a una presenza già imponente: otto unità navali maggiori, droni, aerei da sorveglianza e migliaia di soldati ufficialmente impegnati in un’operazione anti–narcotraffico. Secondo fonti del Pentagono, dall’inizio dell’autunno le forze americane hanno intercettato e distrutto almeno una decina di motoscafi veloci dei cartelli, con oltre 40 contrabbandieri uccisi in mare aperto. Formalmente è guerra alla droga; politicamente è un messaggio diretto al regime. Washington ritiene esaurita la finestra di tolleranza verso il cosiddetto Cártel de los Soles, la rete di generali che controlla traffici, rotte della cocaina e frammenti dello Stato venezuelano.

Il regime non è più solo un autoritarismo: è accusato apertamente di narco–criminalità. Già nel 2020 gli USA incriminarono Maduro come parte di una struttura di “narco–terrorismo” legata anche alle FARC colombiane. A questo si sovrappone una dimensione geopolitica molto più ampia: negli ultimi vent’anni Caracas ha stretto un’alleanza crescente con Iran, Russia e Cuba. Con Teheran ci sono accordi energetici e progetti sui droni; Tareck El Aissami, figura chiave del regime, è stato sanzionato dal Tesoro USA per narcotraffico e per i suoi rapporti con Hezbollah; diverse inchieste internazionali denunciano la presenza dell’organizzazione libanese in Venezuela tra riciclaggio e reti di supporto. Il Paese è diventato parte di un asse anti–occidentale ostile soprattutto a Israele. Dentro questo quadro si colloca la figura di Maria Corina Machado, leader liberal–conservatrice e oggi simbolo della resistenza democratica. La sua forza politica si basa su due pilastri: la legittimità interna — dalle primarie alle elezioni vinte dall’opposizione con Edmundo González, ora rifugiatosi all’estero — e la pressione internazionale, con un sostegno esplicito dalla “guerra totale” di Trump contro i cartelli che finanziano il regime.

Machado offre la visione morale e politica; Trump fornisce la muscolatura militare e la leva economica delle sanzioni. L’obiettivo è rendere insostenibile il sistema di potere che tiene in piedi Maduro: colpire le reti del narcotraffico, intimidire i vertici militari, alimentare le crepe già presenti nelle Forze Armate e indurre una frattura interna decisiva per il cambio di regime. Fonti dei servizi di sicurezza occidentali confermano che l’intensa attività navale sia accompagnata da operazioni di intelligence rivolte proprio ai generali: contatti, garanzie, protezioni. Machado insiste sul fatto che molti militari abbiano già votato per l’opposizione alle ultime elezioni, un dato che indica un malcontento crescente dentro l’apparato. Per Israele, questo scenario va seguito con estrema attenzione.

Un Venezuela allineato con Iran e Hezbollah rappresenta una minaccia strategica: logistica, finanziaria e propagandistica. Non sorprende che Machado abbia promesso di riprendere i rapporti con lo Stato ebraico e perfi no di aprire l’ambasciata a Gerusalemme. È un modo per dire che un Venezuela libero significherebbe uscire dall’orbita di Teheran e togliere agli ayatollah un fondamentale avamposto in America Latina. Resta però un’incognita decisiva: questa combinazione di pressione esterna e resistenza interna basterà a far cadere il regime senza far precipitare il Paese nel caos? Nessuno può dirlo. Ma è certo che gli interessi statunitensi, soprattutto in chiave energetica – il potenziale estrattivo è immenso – impongano un Venezuela stabile e filo-occidentale

Paolo Crucianelli

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