"Non si fa politica con tatticismi continui vince la coerenza"
Marattin: “Noi Libdem e Azione al centro. Coalizioni? Ora parliamo di temi. Il centrosinistra dà il meglio quando deve dire no ma governare è altra cosa”
Il leader del Partito Liberaldemocratico rivendica l’impegno per il Sì al referendum e guarda avanti: “Chiediamo a tutti coloro che hanno votato SÌ e non si riconoscono in uno dei partiti del centrodestra di venire a darci una mano”
Il leader del Partito Liberaldemocratico, Luigi Marattin, traccia un bilancio della campagna referendaria appena conclusa.
Onorevole Marattin, gli studi sui flussi elettorali indicano il Partito Liberaldemocratico come l’unica forza fuori dal centrodestra ad aver contribuito pienamente al Sì: come interpreta questo dato politico?
«Io rispondo per la nostra forza politica, non mi permetto di giudicare altri, anche chi su questa vicenda ha assunto comportamenti oggettivamente ridicoli. Il Partito Liberaldemocratico non fa politica con il tatticismo o per istinto di sopravvivenza: facciamo le battaglie in cui crediamo e che sono coerenti con la nostra idea di società liberale. La separazione delle carriere lo era e lo è, siamo fieri di aver fatto questa battaglia e la rifaremmo altre mille volte. Gli elettori hanno deciso diversamente e ci inchiniamo col sorriso alla loro volontà».
Tredici milioni di italiani hanno espresso un’esigenza di cambiamento del sistema giudiziario: come intendete tradurre questo consenso in iniziativa politica concreta nei prossimi mesi?
«Chiediamo a tutti coloro che hanno votato SÌ e non si riconoscono in uno dei partiti del centrodestra di venire a darci una mano. Non solo continueremo a parlare di riforme liberali nella giustizia, ma anche in tutti gli altri settori: dal fisco alla concorrenza, dalla scuola alla sanità, dal digitale all’energia passando per pubblica amministrazione e riforme istituzionali, e tanto altro ancora. Abbiamo 22 gruppi tematici che lavorano a pieno ritmo con centinaia di persone, da Bolzano a Ragusa».
Dal risultato referendario emerge un segnale anche per il governo: quali correzioni di rotta dovrebbe adottare Giorgia Meloni sul terreno della giustizia?
«È evidente che sui temi bocciati dal referendum si è chiuso il sipario per anni, se non per decenni. Ci sarà per molti anni qualcuno pronto a dire che “il popolo si è già espresso”. Detto ciò, e ribadito che secondo noi quella era una riforma indispensabile, ci sono anche altre cose da fare per migliorare la fornitura del bene pubblico giustizia: dall’organizzazione dei distretti giudiziari alla valutazione dei magistrati, passando per l’ottimizzazione delle risorse e gli incentivi all’efficienza».
A Palazzo Chigi c’è, secondo lei, anche un problema di classe dirigente e di merito? Il governo ha valorizzato profili identitari come quelli di Colle Oppio: è il momento di aprire a competenze nuove e più ampie?
«Era il 2006 quando da 27 enne consigliere comunale di Ferrara, tenni una relazione all’Assemblea Nazionale di Libertà Eguale a Orvieto affermando che in Italia si era rotto il meccanismo di formazione, selezione e ricambio della classe politica. Lo penso ancora. I partiti, tutti i partiti, hanno sostituito i meccanismi della Prima Repubblica (che funzionavano) con la cooptazione del più fedele o con la sindrome dell’album di famiglia. Ma questa è una conseguenza, e non una causa, della rottura dei meccanismi di formazione e selezione. Ecco perché tre settimane fa abbiamo inaugurato la Scuola di Formazione Politica: non un evento spot, ma 4 mesi di lezioni e esami, dalla filosofia al diritto, passando per storia, economia, intelligenza artificiale e gare di dibattito pubblico».
Forza Italia ha mostrato limiti evidenti nella lettura del voto: si apre uno spazio politico al centro per una proposta autenticamente garantista e liberale?
«Dipenderà, purtroppo, solo dalla legge elettorale. Se la maggioranza avesse il coraggio di eliminare il premio di maggioranza, la prateria che oggi al centro comunque c’è diventerebbe l’Oceano Pacifico. Purtroppo, perlomeno fino a prima del referendum, c’era ancora la convinzione che le forze politiche debbano essere prigioniere di un bipolarismo rissoso che oramai fa solo danni».
In vista delle prossime elezioni, è realistico immaginare una forza liberaldemocratica autonoma, fuori dai poli tradizionali, oppure il sistema politico resta inevitabilmente bipolare? E se foste costretti a scegliere, andreste con il centrodestra o il centrosinistra?
«Vedo che anche voi, quando fate l’elenco dei partiti di “centro” o comunque liberali, includete sempre Italia Viva e Più Europa. Io ne sarei contentissimo, e in più occasioni ho rivolto appelli pubblici e privati ad abbandonare il centro sociale del Campo Largo e costruire con noi un’offerta politica liberale, ampia e contendibile. Ma quelle due forze politiche ripetono tutti i giorni di essere le più convinti sostenitrici del Campo Largo. Al centro rimaniamo noi ed Azione, e nelle prossime settimane anche noi, come Gratteri, “tireremo la nostra rete” con serenità e amicizia per capire se si tratta di una possibilità concreta oppure no. Per noi rimane la prima scelta».
Nel campo largo si discute di primarie e di leadership: Giuseppe Conte può davvero assumere la guida della coalizione e questo rappresenterebbe un chiarimento definitivo degli equilibri tra le opposizioni?
«Non sono affari che ci riguardano. Neanche alla lontana. Faccio solo notare una cosa che nessuno ha sottolineato finora. Anche nel 2011 ci fu un referendum – quello sulla cosiddetta “acqua pubblica” – vinto anche lui a suon di balle, che fu interpretato come l’antipasto della sicura grande vittoria del centrosinistra. E anche lì si votò dopo poco più di un anno, e per giunta contro un centrodestra a pezzi. E ci ricordiamo come andò a finire, la celebre “non vittoria” di Bersani. Perché il centrosinistra dà il meglio di sé quando bisogna dire NO. I loro problemi cominciano quando devono dire dei SI, cioè passare alla proposta concreta di governo. In quel caso finisce come tutte le volte che in Parlamento si parla, per fare un esempio, di politica estera: sono cinque partiti, e presentano regolarmente cinque risoluzioni diverse».
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