Fra l’ordine che irrigidisce e il disordine che disgrega corre una fascia stretta, e chi studia i sistemi complessi sostiene che lì stia la vita. La chiamano orlo del caos. Alberto Felice De Toni, ingegnere gestionale e sindaco di Udine, ci ha intitolato l’autobiografia, “Una vita surfando sull’orlo del caos”. Il centrosinistra milanese su quell’orlo ci sta da un po’. Beppe Sala non può ricandidarsi, gli aspiranti alla successione sono tanti – alcuni dichiarati, altri disponibili – e la coalizione non ha ancora deciso né chi né come.

Il Pd va verso le primarie, Azione e Italia Viva preferirebbero un nome condiviso, fra i centristi e il Movimento 5 Stelle il rapporto è tutto da costruire. Sala l’ha detta senza giri di parole: “O si mettono d’accordo su un candidato unitario oppure io non vedo altra soluzione che le primarie”. Igor Taruffi, mandato a Milano da Elly Schlein in settembre, ha fissato l’ordine dei lavori: programma e confini dell’alleanza adesso, consultazione non prima di gennaio. Restano tre mesi per il programma, se verranno usati per quello. Fatte le debite distinzioni, val la pena sapere che a Udine, nel 2023, andò al contrario. De Toni, ex rettore, si candidò da civico e i partiti gli si disposero attorno: il Pd, Alleanza Verdi e Sinistra, Azione e Italia Viva, la lista del sindaco. Al primo turno era sotto, 39,7 contro il 46,2 dell’uscente leghista Pietro Fontanini; al ballottaggio chiuse al 52,85, nelle stesse settimane in cui Massimiliano Fedriga stravinceva in Regione. Lui la chiama maggioranza “a geometria variabile”. Che a Milano si proceda in altro modo ha le sue ragioni, in una città dove i partiti pesano di più. L’ordine dei fattori, prima con chi e poi il nome, resta un’indicazione utile.

Poi c’è una questione di metodo. Chi si occupa di complessità diffida dei vertici che comandano. In un saggio precedente, “La varietà necessaria del potere”, De Toni sostiene che chi sta in cima deve indicare un orizzonte e lasciare che il resto si organizzi. I milanesi hanno per questo una parola più vecchia, sussidiarietà, e una pratica più vecchia ancora: le società di mutuo soccorso, le fondazioni, un terzo settore che regge una quota dei servizi sociali, nove Municipi che da anni aspettano poteri veri. Sono cose che esistono già, e nessun programma deve inventarle. La Società della Casa, con cui il Comune mette insieme patrimonio pubblico e operatori per offrire affitti calmierati, è costruita così, e a giudizio di questa pagina è costruita bene. Ai candidati si può chiedere quali altre politiche intendano fare allo stesso modo. La sicurezza? L’assistenza agli anziani?

Nel libro compaiono anche la “felicità pubblica” e “ città felice”, espressioni che sotto la Madonnina potrebbero far sorridere. Il punto che indicano invece è molto metropolitano, a ben vedere. In vent’anni anni Milano ha attirato capitali e studenti come nessun’altra città italiana, e intanto ha visto allargarsi la distanza fra stipendi e canoni, con una parte del ceto medio che ha traslocato nell’hinterland. Succede alle città che funzionano tanto e tutto sommato piuttosto in fretta. La Cisl, ha parlato di una Milano “diventata una città per pochi”: giudizio severo, ma che ha il merito di dire su cosa sarà misurata la prossima amministrazione.
Lo spazio elettorale per chi tenesse insieme crescita e coesione esiste, a stare al Monitor Ixè di settembre. Il 45 per cento dei milanesi è orientato a un candidato di centrosinistra, il 38,5 a uno di centrodestra, e uno su sei guarda fuori dalle coalizioni tradizionali. Lo stesso sondaggio registra che il 38 per cento si aspetta comunque una vittoria del centrodestra, contro il 36: partita aperta. La città di De Toni ha centomila abitanti, Milano quattordici volte tanti, e nessuno pensa che ci sia una formula buona per tutti. La domanda da cui De Toni è partito, con chi e per fare cosa, è però la stessa a cui il centrosinistra milanese dovrà rispondere entro l’inverno.