Come spesso accade in Italia, la partita si è riaperta con una lettera, quella di Aimone di Savoia-Aosta, e si è subito trasformata in un duello a distanza tra cugini. Da un lato, una presa di posizione che ha riattivato la questione dinastica; dall’altro, la risposta di una delle due Consulte dei Senatori del Regno, sotto forma di un documento che ambisce a chiudere la vicenda sul piano giuridico a favore di Emanuele Filiberto di Savoia. Il risultato è quello che vediamo da anni in questa nicchia del sistema politico italiano: un dibattito che torna ciclicamente, si accende, produce testi, repliche, controrepliche — e poi lascia tutto esattamente com’era. A questo punto scatta, prevedibilmente, l’ironia repubblicana: una disputa tra “pretendenti” a un trono che non esiste più, documenti solenni su questioni che non producono effetti giuridici, lettere e repliche che sembrano appartenere a un altro tempo.

È una reazione comprensibile, ma superficiale. Perché confonde il piano dell’efficacia con quello della rilevanza. Che la monarchia non sia più un’istituzione vigente è un fatto; che le categorie che essa richiama — continuità dello Stato, legittimità, rappresentanza — siano irrilevanti, è tutt’altro discorso. Liquidare la questione con sarcasmo significa evitare il problema: non quello dinastico in sé, ma quello più ampio di come si costruisce e si riconosce l’autorità politica in una fase in cui le istituzioni democratiche mostrano crescenti difficoltà. In questo senso, l’ironia dice meno sulla monarchia di quanto riveli sulla povertà del dibattito pubblico che pretende di archiviarla. Il documento della Consulta “ginevrina”, a ben vedere, rappresenterebbe anche un salto di qualità in questo senso. Non si limita a sostenere una linea, ma prova a dimostrarla.

Richiama norme, ricostruisce fonti, costruisce un percorso argomentativo che pretende di trasformare una posizione in una conclusione necessaria. È un’operazione ambiziosa. Ma che purtroppo risulta più maldestra che altro. Perché il diritto, in questa materia, non può fare ciò che gli si chiede di fare. Le norme richiamate appartengono a un ordinamento che non esiste più; le interpretazioni proposte sono selettive; i passaggi logici, spesso, servono più a sostenere una tesi che a verificarla. Il risultato è un testo che vuole apparire definitivo e invece finisce per essere, a tratti, strampalato; troppo costruito per convincere davvero, troppo orientato per essere neutrale. Ma sarebbe semplice fermarsi qui. Perché anche la posizione di Aimone, se osservata con attenzione, presenta un problema speculare. La sua lettera riapre la questione dinastica proprio nel momento in cui Emanuele Filiberto ritorna a far parlare di sè nella cronaca quotidiana, ma non offre una direzione. Rimette in discussione la legittimità altrui, senza costruire fino in fondo la propria. E soprattutto lascia, ancora una volta, i monarchici che a lui si richiamano in una posizione sospesa: mobilitati nella polemica, ma privi di un orizzonte politico chiaro. È questo il punto che sfugge a entrambi i fronti.

Da una parte si tenta di chiudere la questione con il diritto, dall’altra la si riapre senza trasformarla in progetto. In mezzo restano i monarchici, chiamati a scegliere, a schierarsi, a prendere posizione — ma senza che questa scelta produca qualcosa che vada oltre la dinamica interna. E nel frattempo, il monarchismo continua a non esistere pienamente come soggetto politico. Il problema non è la divisione. Le divisioni, in politica, sono fisiologiche. Il problema è quando diventano totalizzanti, quando assorbono tutto lo spazio disponibile. Oggi il monarchismo italiano discute quasi esclusivamente del passato o di sé stesso: chi è legittimo, chi rappresenta cosa, chi ha titolo. Ma spesso non osa dire nulla su ciò che conta fuori da questo perimetro. Eppure, se esiste un senso oggi nel richiamo alla monarchia, non è genealogico. È politico. Riguarda il modo in cui si pensa l’unità dello Stato, il rapporto tra rappresentanza e decisione, il ruolo delle istituzioni in una fase di crescente instabilità.

Su questo terreno, il monarchismo potrebbe avere qualcosa da dire, proprio perché viviamo in un’epoca incerta e di crisi delle istituzioni. Il monarchismo potrebbe offrire spunti interessanti, ma finché resta intrappolato nella disputa dinastica, semplicemente non lo fa. La vicenda di questi giorni lo dimostra ancora una volta. Un documento “ginevrino” che pretende di chiudere, una lettera “aostana” che riapre, e nessuno dei due che sposta davvero il baricentro. Forse è arrivato il momento di accettare una realtà semplice: i monarchici possono legittimamente dividersi sulle preferenze dinastiche. Ma il monarchismo, se vuole contare qualcosa, deve smettere di far dipendere da quella divisione la propria esistenza politica. In altre parole, deve diventare neutrale su ciò che lo divide, per poter finalmente essere rilevante su ciò che conta. Altrimenti continuerà a oscillare tra testi troppo costruiti per convincere e prese di posizione troppo deboli per guidare. E resterà, come oggi, sospeso.

Andrea Molle

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