L’islamizzazione o meno dell’Italia è un tema che fa discutere e che parte soprattutto dalle città. Torino sta affrontando la questione, e nel dibattito è entrata a gamba tesa Augusta Montaruli.

Qual è esattamente il punto dell’iter della moschea di Torino che, secondo lei, dovrebbe essere fermato e per quale ragione?
«La Confederazione Islamica Italiana (CII) ha comunicato il rilascio del permesso di costruire da parte del Comune di Torino proprietario dell’area. Il Partito Democratico vuole una moschea con tanto di minareto. Noi crediamo che un finanziamento da parte di uno Stato estero senza controlli sia inammissibile, tanto più rispetto alla costruzione di una moschea, che non può essere liquidata solo come una questione meramente urbanistica».

Quali verifiche concrete ritiene indispensabili prima che il progetto possa andare avanti?
«L’identità del finanziatore e del relativo titolare effettivo, lo Stato di provenienza, l’importo o il valore dell’utilità, la causale, la destinazione prevista e gli estremi dello strumento utilizzato per il trasferimento devono essere tutti registrati. Vi deve essere, inoltre, un’autorizzazione preventiva da parte dello Stato per somme superiori a una determinata soglia destinate alla costruzione di nuovi luoghi di culto, a fronte della totale assenza di un’intesa».

Perché, secondo lei, una moschea dovrebbe essere sottoposta a valutazioni ulteriori rispetto a quelle previste per un normale luogo di culto?
«Esistono normalmente intese tra lo Stato e le religioni che pongono regole ferree sulle modalità di esercizio del culto. L’Islam non ce l’ha».

Lei richiama l’assenza di un’intesa con la confessione islamica: ritiene che, in assenza di un’intesa nazionale, i Comuni debbano sospendere l’autorizzazione di nuovi luoghi di culto islamici?
«Al momento, infatti, c’è solo il Patto nazionale per l’Islam italiano, firmato nel 2017 dal Ministro Minniti, che non è tuttavia un’intesa. Persino quel patto, però, chiarisce che deve esserci trasparenza sui fondi e, quindi, ritengo che il Comune non possa concedere autorizzazioni se non c’è una preventiva autorizzazione dello Stato».

Lei parla di “islamizzazione delle periferie”: quali elementi della situazione torinese le fanno ritenere che questo fenomeno sia in corso?
«Assistiamo costantemente a casi di cronaca in cui le donne denunciano situazioni di segregazione, a seguito delle quali la comunità islamica rimane ben zitta nonostante gli appelli. Per lo più abbiamo imam che fanno proselitismo affermando che l’attentato del 7 ottobre sia stata una deriva pericolosa sulla quale non cediamo».

Fa riferimento alla “segregazione di donne” che sarebbe avvenuta vicino all’area individuata per la moschea: a quali episodi si riferisce e quali responsabilità politiche ritiene emergano da quei fatti?
«Solo grazie al coraggio di un bambino di 7 anni, una donna egiziana segregata per 10 anni ha visto la fine del suo calvario. Basta andare al mercato di Piazza Foroni per sentire la testimonianza di donne che scoprono di essere la moglie italiana di un musulmano che ha già altre mogli nel Paese di origine, senza trovare alcuna via d’uscita. Questa non è integrazione, e senza integrazione non può esserci il via libera a luoghi in cui non vi è alcuna garanzia circa il rispetto delle libertà».

Se il Comune decidesse di proseguire comunque l’iter, quale iniziativa dovrebbe assumere Fratelli d’Italia?
«Ho già provveduto ad attenzionare la questione al Ministero dell’Interno e non escludo un’iniziativa normativa volta a bloccare questa moschea a tutela dei torinesi».