Anche per la Jihad bisogna dire “follow the money”. Le modalità di finanziamento dei gruppi terroristici sono fondamentali per la riuscita delle operazioni e dei loro piani politici. Ne parliamo con Yigal Carmon, presidente del Middle East Media Research Institute (Memri) ed ex consigliere per l’anti-terrorismo dei primi ministri israeliani.

Quali sono i filoni di finanziamento della Jihad islamica e del terrorismo sciita?
«Dall’inizio degli anni 2000, il Qatar e la Turchia sono diventati i principali sostenitori dei Fratelli Musulmani. Quando si parla di islamismo sunnita, ci si riferisce principalmente alla galassia dei Fratelli Musulmani, da cui hanno avuto origine o a cui sono ideologicamente riconducibili movimenti come Hamas. Il Qatar fornisce le risorse finanziarie liquide. La Turchia, sotto la guida del presidente Recep Tayyip Erdoğan e del partito di governo Akp, funge da quartier generale operativo e da rifugio sicuro per l’infrastruttura globale dei Fratelli Musulmani. L’Iran, invece, offre sostegno militare e politico. Se invece parliamo di movimenti sciiti come Hezbollah e gli Houthi, i finanziamenti arrivano principalmente dall’Iran e in parte dal Qatar».

Si possono fare dei distinguo?
«Nessuna differenza fra gruppi terroristici sciiti e gruppi terroristici sunniti. Entrambi utilizzano gli stessi metodi terroristici. Dal punto di vista ideologico ci sono delle differenze, ma se si parla di lotta contro l’Occidente non ci sono differenze».

È possibile immaginare una competizione, una concorrenza tra le due correnti?
«Dipende di quali gruppi stiamo parlando. Il mondo del jihadismo sunnita contiene vari movimenti. Se però parliamo di gruppi terroristici sunniti come Hamas ed Hezbollah sono entrambi sostenuti dall’Iran e cooperano insieme».

Soffermandosi su Hezbollah, si dice che la struttura economico-finanziaria regga su tre risorse: l’Iran, la droga e le armi. Quali sono le evidenze che ci portano a dirlo?
«Le evidenze sono numerose e provengono da rapporti di intelligence, inchieste giudiziarie e indagini delle forze di polizia di diversi Paesi».

Mentre si può immaginare il flusso di finanziamenti da Teheran al Libano sciita, è più difficile comprendere gli altri due canali. Come funzionano?
«Il narcotraffico e le attività criminali globali coprono circa il 30% del bilancio operativo annuale di Hezbollah. Il movimento dispone di un sistema economico molto articolato che combina sostegno statale iraniano, economia parallela in Libano, narcotraffico (in particolare Captagon), riciclaggio internazionale, società commerciali di copertura e reti finanziarie transnazionali».

Per quanto riguarda la droga, in particolare, stiamo parlando di coltivazioni in Libano, con successive operazioni di raffinazione ed export che partono da lì, oppure il sistema è diverso? Quanto sono coinvolti i Paesi vicini? Per esempio, la Siria, la Turchia, oppure Cipro, che è Europa…
«Nel caso di Hezbollah, parliamo di una rete transnazionale di produzione, trasformazione, traffico e riciclaggio dei proventi. Il narcotraffico – in particolare quello legato al Captagon – rappresenta una delle fonti di finanziamento dell’organizzazione. Storicamente la Siria ha avuto un ruolo centrale. Offriva territorio, infrastrutture e collegamenti logistici per la produzione e il trasferimento della droga. Dopo la caduta del regime di Assad, parte delle capacità produttive si sarebbe spostata verso aree sotto influenza di Hezbollah in Libano, in particolare nella Valle della Beqaa e nella periferia meridionale di Beirut».

Finora, Hezbollah ha retto grazie al consenso, «comprato» presso l’opinione pubblica in quanto il suo sistema di «welfare» parallelo e più efficiente si sostituiva a quello deficitario regolare. È ancora così?
«Questo elemento non è scomparso, ma oggi è più fragile. La guerra con Israele e le pressioni finanziarie hanno ridotto le risorse dell’organizzazione, che deve fare maggiore affidamento sull’Iran e su una rete economica clandestina per mantenere sia la sua capacità militare sia il sostegno della propria base sociale. Il consenso esiste ancora, ma non è assolutamente più quello di un tempo. È messo a dura prova dai costi della guerra e dalla crisi economica libanese».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).