Minacce alle porte
Il terrorismo islamista dilaga Lombardi: “L’Occidente reagisca”
«Fin da subito la matrice islamista è apparsa evidente». Per Marco Lombardi, professore di Sociologia all’Università Cattolica di Milano e coordinatore di Itstime, il centro di ricerca dell’ateneo milanese specializzato in terrorismo e sicurezza, il punto di partenza dell’analisi dell’attentato di Berlino dev’essere questo. «Il modus operandi, la scelta del bersaglio e la dinamica dell’attacco non hanno dato spazio ai dubbi. Poi le ipotesi di eventuali regie indirette appartengono a un livello diverso della riflessione». Nel teatro operativo occidentale, l’obiettivo di destabilizzazione dell’Isis può essere condiviso anche da altri. Per esempio l’Iran. «Il jihadismo può essere utilizzato come proxy. Questa è una caratteristica della storia del terrorismo contemporaneo. Ma senza elementi concreti è corretto fermarsi ai fatti accertati».
Per Lombardi, sarebbe un errore concentrare il dibattito sulle possibili regie esterne. La vulnerabilità principale continua infatti a essere interna. «Il terrorismo esiste perché noi gli mettiamo a disposizione lo spazio per agire. Il problema non è soltanto chi lo ispira, ma quanto siamo capaci di prevenirlo». In questo senso la Germania rappresenta un caso emblematico. Negli ultimi anni è stata ripetutamente scelta come teatro di attentati. Costituisce quindi il laboratorio europeo più esposto alle tensioni generate dall’integrazione, dalle migrazioni e dalla radicalizzazione. «La Germania è probabilmente la struttura sociale e politica più in movimento d’Europa», osserva il docente. «È il luogo in cui convivono grandi numeri di immigrati, forti processi di integrazione e altrettanto forti fenomeni di disintegrazione sociale. Per un’organizzazione terroristica, colpirla significa ottenere la massima visibilità e il massimo impatto politico».
Nuovi posti di lavoro e diversificazione delle fonti energetiche. Compreso il ritorno al nucleare. Sono questi gli obiettivi che hanno spinto Merz sulla strada del riarmo. Buone intenzioni che però sembrano sottovalutare il problema della sicurezza interna e l’innovazione tecnologica che l’intera filiera della difesa è chiamata ad affrontare. «Il rischio è guardare ancora alla sicurezza con categorie ormai superate», spiega Lombardi. «Investire esclusivamente nei sistemi militari tradizionali non basta più. Le minacce contemporanee si muovono su un piano completamente diverso, dove intelligence, dominio digitale e controllo delle infrastrutture tecnologiche assumono un peso crescente». Ecco quindi che, per il coordinatore di Itstime, gli stessi droni rappresentano una semplice commodity. «Il nuovo terreno dello scontro passa attraverso le reti satellitari, le comunicazioni, il dominio elettromagnetico e l’Intelligenza Artificiale. La guerra in Ucraina e le recenti tensioni in Medio Oriente hanno dimostrato come sistemi di comunicazione satellitare, piattaforme digitali e capacità di raccolta e analisi dei dati siano diventati asset strategici tanto quanto carri armati o aerei da combattimento».
La sfida, dunque, non consiste soltanto nell’aumentare la spesa militare, ma nel ripensare il concetto stesso di sicurezza nazionale. Il terrorismo islamista continua a rappresentare una minaccia concreta. Ma la sua efficacia dipende anche dalla capacità di inserirsi in un ecosistema di vulnerabilità tecnologiche, sociali e informative che gli Stati occidentali faticano ancora a governare. Secondo Lombardi, la partita si gioca non tanto nell’inseguire ogni possibile regista occulto, quanto nel ridurre quello spazio di fragilità che rende ancora possibile trasformare il fanatismo in un’arma strategica contro l’Europa.
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