Nel 2018 Giuseppe Conte e Danilo Toninelli decisero di bloccare la realizzazione del nuovo asse ferroviario Torino–Lione. Il ministro fece redigere uno studio dal Professor Marco Ponti, e dichiarò in una conferenza stampa che l’analisi costi benefici dell’opera era risultata negativa e l’opera andava bloccata; che il suo collega francese aveva condiviso una simile proposta; che in realtà l’Unione europea non aveva assicurato fino ad allora risorse; che praticamente si era di fronte solo a un’ipotesi progettuale tutta da avviare.

Non possiamo dimenticare quello che accadde, sempre sette anni fa, in occasione del Connecting Europe Express, dedicato all’Alta Velocità e alle Reti TEN – T europee, quando la coordinatrice europea del Corridoio comunitario “Mediterraneo” (Algeciras–Lione–Torino–Milano–Trieste–Kyiv), Iveta Radičová, dichiarò: “Chiedo alla politica italiana di essere chiara e accelerare sulla Torino–Lione, si tratta di un’opera in realizzazione e non di un progetto. In Francia sono stati firmati tutti i contratti per la realizzazione della tratta internazionale francese per un valore complessivo di oltre 3 miliardi di euro, serve accelerare anche in Italia”. E allora nasce spontaneo chiedersi cosa sia successo nel 2018, quale sia stata la causa che ha reso possibile un approccio completamente antitetico a una linea strategica condivisa dall’Ue e dalla Francia.

La risposta, purtroppo, non è bella, perché in realtà l’intera azione di Toninelli e del governo Conte era legata a una precisa scelta programmatica anticipata dal Movimento 5 Stelle in occasione della campagna elettorale del 2018. Ma la cosa più strana è che Conte dichiarò: “Sono intervenuti fatti nuovi di cui dobbiamo tenere conto: l’Unione europea si è detta disponibile ad alzare il finanziamento della tratta transfrontaliera dal 40 al 55%, la Francia si è espressa per la conferma dell’opera, ne consegue che se volessimo bloccare l’opera e se fosse possibile intraprendere un progetto alternativo non lo potremmo fare condividendo questo percorso con la Francia. A queste condizioni solo il Parlamento potrebbe adottare una decisione unilaterale. Non realizzarla – concluse Conte – comporterebbe non solo la perdita dei finanziamenti europei ma ci esporrebbe a tutti i costi derivanti dalla rottura dell’accordo con la Francia. Alla luce dei finanziamenti comunitari fermare il Tav costerebbe molto più che completarlo”.

Perché per un anno abbiamo tergiversato e prodotto dubbi sul futuro dell’opera? Perché abbiamo ritardato in modo sostanziale delle procedure? Perché abbiamo caricato di odio, illudendoli ulteriormente, i No-Tav? Perché abbiamo incrinato in modo rilevante i nostri rapporti con la Francia e con l’Unione europea?

Il racconto diventa ancora più strano e preoccupante leggendo, dopo quello che è successo questi giorni nei cantieri della Torino–Lione, le dichiarazioni di alcuni rappresentanti del Movimento 5 Stelle, come l’ex sindaca di Torino Chiara Appendino e i parlamentari Iaria e Pirro: “Chi compie violenze non manifesta ma delinque e fa un favore a chi la Torino–Lione vuole difenderla perché si sposta l’attenzione dall’inutilità di un’opera, dai costi fuori controllo e dallo spreco di denaro pubblico che ne deriva”. Poi vorremmo capire chi sono e chi sostiene i No-Tav; vorremmo capire chi in realtà rafforza il loro odio.