Le grandi nazionali di calcio si costruiscono in due modi, non ce n’è un terzo. Il primo è quando hai a disposizione un nucleo di grandi giocatori che si allenano e vincono nei migliori campionati del mondo, compreso il tuo. È la storia dell’Italia quando la Serie A era un torneo d’eccellenza. Oggi non lo è più, e i pochi che valgono emigrano (in Premier, per capirci, di giocatori da nazionale ci sono solo Donnarumma, Tonali, Calafiori e Palestra, appena arrivato). L’altro è avere una federazione forte, capace di fabbricare talento con un sistema, un metodo, un’idea. Per decenni abbiamo ignorato la seconda strada perché avevamo la prima. Oggi ci mancano entrambe, e da qui bisognava ripartire.

È quello che avevano messo sul tavolo Malagò, Maldini e Leonardo: la tecnica come cuore del movimento, una filiera unica da Coverciano ai bambini, la formazione degli allenatori, il talento di nuovo libero. Tutte cose già lette, intendiamoci. Nel 2011 Roberto Baggio consegnò alla FIGC novecento pagine — la tecnica prima della tattica, centri federali, scouting capillare — finite in un cassetto. Mentre dopo il flop dell’Europeo 2000 la Germania aveva già imposto le accademie giovanili a tutta la Bundesliga; la Francia aveva inaugurato Clairefontaine nel 1988, dieci anni prima del Mondiale di casa. E non solo le grandi, i frutti di una politica di respiro li hanno raccolti anche le “medie”. Il Marocco, prima nazione africana in semifinale mondiale nel 2022, ci è arrivato con l’Accademia Mohammed VI e lo scouting sulla diaspora; il Belgio rifondò i vivai nei primi Duemila scalando poi la vetta del ranking.

La scelta di Pirlo andava letta dentro questa cornice, come un’opzione funzionale a un progetto con identità da club, votato al gioco offensivo e alla tecnica: un uomo preferito non “nonostante” un curriculum in panchina leggero, ma perché l’idea contava più del palmarès.
E invece, puntuali, sono partite le grandi manovre di tutti i vecchi arnesi del sistema, mentre i goffi tentativi precedenti con Guardiola e Ancelotti venivano montati ad arte, per gonfiare le aspettative e certificare l’inadeguatezza dell’approdo. Non erano obiezioni tecniche, ma solo becere pressioni mediatiche per bloccare – ancora una volta, come sempre avviene in Italia nei più diversi campi – una modernizzazione di sistema. Vale per tutti l’obiezione di Urbano Cairo, che ha bollato un progetto decennale come roba da Unione Sovietica, additando a modello Tavecchio, la presidenza del fallimento del 2018. Ed è così tornato in scena il favorito della restaurazione: Mancini, quello dell’eliminazione in casa con la Macedonia del Nord, che non si dimise e nell’agosto 2023 salutò con una mail serale — appena promosso a capo delle selezioni azzurre — per accasarsi in Arabia Saudita senza uno straccio di giustificazione. Mentre per far fuori Pirlo si è montato il caso del bookmaker russo Fonbet: un errore di opportunità chiudibile con una rescissione e due parole di scuse. Nessuna idea, nessun argomento tecnico. Solo cavilli, sospetti, scandaletti.

Su tutto ha dominato la politica: quella che nel calcio non mette un euro né un’idea, ma mette sempre bocca. Parlamentari che non distinguono un modulo da un sottosegretariato si sono scoperti fini geopolitologi del pallone, e la loro indignazione a orologeria ha offerto a Malagò l’alibi per la retromarcia. In scia, i tifosi malati di populismo calcistico, che vogliono il “nome forte” come altrove “l’uomo forte”, scambiando la progettualità per tempo perso. Hanno vinto loro. La nomina è saltata e se ne sono andati anche Maldini e Leonardo. Pirlo ha chiuso ringraziando i due dirigenti, ignorando il presidente federale, rammaricandosi che una scelta sportiva sia finita in un processo alle intenzioni. Maldini — superbo, inflessibile, deciso a fare di testa sua e soprattutto senza amici giornalisti da cui far partire lo spin — ha fatto l’unica cosa in linea con la sua storia: ha salutato. Non si chinò quando la Curva Sud lo contestò il giorno dell’addio (“orgoglioso di non essere uno di loro”); al Milan ricostruì una squadra da scudetto e semifinale di Champions e se ne andò quando mancarono le condizioni. Anche stavolta non si è piegato, e ha lasciato dopo soli sedici giorni.

Nel frattempo, celebrato il funerale della Grande Riforma, la Restaurazione si è insediata in un baleno: Mancini in panchina e Ranieri in arrivo come direttore tecnico. Entrambi habitué del Circolo Aniene, il salotto del presidente. La filiera unica alla fine c’è: ma non va da Coverciano ai bambini, va dal bordo piscina alla panchina. Dal grande progetto all’amichettismo in purezza. E dispiace dirlo, perché malgrado tutto Malagò è persona stimabile. Ci raccontavamo che questa riforma fosse l’ultimo treno. Non è vero: l’ultimo treno è passato quindici anni fa. Ieri abbiamo solo smontato i binari.