L'attentato
Cari LGBTQ+ che ignorate l’Iran: quando sfilate contro Israele ricordatevi dell’attentato a Berlino
Sabato sera un furgone bianco è entrato nel Tiergarten di Berlino e ha travolto la folla che lasciava il Christopher Street Day, il Pride più grande d’Europa; sceso dal mezzo, l’attentatore ha continuato l’assalto con un machete. Una donna uccisa, ventinove feriti, alcuni in pericolo di vita. Il ministro dell’Interno tedesco ha classificato l’atto come attacco terroristico di matrice islamista; il sospettato, un ventunenne noto alle autorità e legato agli ambienti islamici radicali berlinesi, è stato ucciso il giorno seguente al termine della caccia all’uomo. I dettagli sono ancora al vaglio degli inquirenti; la sostanza no: qualcuno ha scelto il Pride come bersaglio, e non l’ha scelto a caso.
Come è possibile che una parte rilevante e rumorosa dei movimenti LGBTQ+ occidentali militi, con bandiere e slogan, per cause e regimi la cui ideologia dominante li considera un esecrabile abominio da estirpare? Nei cortei pro-Pal di questi anni gli spezzoni “queer” sono stati una presenza fissa; l’ostilità verso Israele un dogma. Mentre sull’Iran, che le persone omosessuali le impicca per legge, hanno sempre prevalso silenzio e timidezza: nessuna mobilitazione permanente, nessuna indignazione paragonabile a quella riservata allo Stato ebraico. E nei territori palestinesi o a Gaza, a prescindere da Hamas, l’omosessualità è stigmatizzata, repressa, punita con la violenza.
Una parte del mondo LGBTQ+ ha adottato lo schema rigido oppressore/oppresso, nel quale l’Occidente sta strutturalmente dalla parte del torto: Israele diventa bersaglio in quanto avamposto occidentale, l’Iran viene assolto in quanto attore “anti-imperialista”, e i diritti smettono di essere universali per diventare condizionati al campo geopolitico di chi li viola. L’omofobia è tollerabile se viene dagli “oppressi”, come se fosse anch’essa colpa dell’Occidente; la tutela dei diritti è sospetta se praticata da Israele. Fino a sabato questa era un’aberrazione logica. Da sabato è qualcosa di più: a Berlino l’astrazione si è fatta carne e sangue, e l’ideologia difesa nei cortei come “resistenza” ha mostrato, in casa nostra, che cosa riserva a chi sfila sotto una bandiera arcobaleno. Chi è stato travolto nel Tiergarten non è stato colpito nonostante fosse al Pride: è stato colpito perché era al Pride.
Sia chiaro ciò che questo ragionamento non è: non un’imputazione collettiva ai musulmani, non l’arruolamento postumo delle vittime; solo l’attentatore risponde dei suoi atti, non un popolo. È una richiesta di coerenza rivolta ai vivi: le comunità LGBTQ+ esistono, marciano e amano liberamente grazie a un solo spazio politico nella storia, l’Occidente liberale, con tutte le sue contraddizioni. Non l’Iran, non Gaza, non le teocrazie “anti-imperialiste”: nessuno di quei mondi concede loro nemmeno il diritto di esistere. Trasformare le sacrosante rivendicazioni LGBTQ+ in uno strumento di lotta contro la civiltà che le ha rese possibili è un suicidio politico al rallentatore, di cui Berlino ha mostrato il fotogramma finale. La lezione del Tiergarten è la più semplice e la più negata: i diritti o sono universali o non lo sono, e chi li difende non può scegliersi gli oppressori simpatici. La prossima volta che uno spezzone queer sfilerà contro l’unico Paese del Medio Oriente in cui potrebbe baciarsi in pubblico, il minimo augurio è che qualcuno, nel corteo, ricordi Berlino.
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