Dobbiamo purtroppo, distanza di un anno, denunciare ancora una volta comportamenti che colpiscono e mettono in discussione la nostra identità: quella ebraica e quella LGBTQIA+. Un anno fa, al termine del Pride, abbiamo subito un’aggressione verbale dopo essere stati indicati come «assassini» e «terroristi» da persone presenti sul e attorno al carro Arci, soltanto perché esponevamo le bandiere che rappresentano la sintesi della nostra identità: quella LGBTQIA+, con il rainbow, e quella ebraica, con la Stella di David.

Eravamo persone ebree LGBTQIA+ italiane ed europee. Come interpretare quelle urla, se non come espressione di un antisemitismo evidente? Eppure quanto accaduto non è mai stato condannato dal Coordinamento del Roma Pride. Per mesi abbiamo chiesto una cosa semplice: aprire un percorso di dialogo autentico. Entrare nel Coordinamento del Roma Pride per ricostruire un confronto sereno tra le organizzazioni, contribuire alla scrittura del manifesto politico ed evitare che episodi simili potessero ripetersi.

Per tutto l’anno ci è stato detto, sia dalla principale organizzazione del Roma Pride sia dal suo portavoce, che quel percorso era necessario, che il dialogo era fondamentale e che si sarebbe costruito insieme. Ma nulla di tutto questo è avvenuto. Ci è stato negato l’accesso al Coordinamento e, dopo aver confermato la nostra partecipazione con un carro — come già lo scorso anno —, prendendo spunto da un nostro post pubblicato successivamente, è arrivata una decisione unilaterale: il portavoce del Roma Pride ci ha comunicato che il Coordinamento lo aveva autorizzato a informarci che la presenza di Keshet Italia con un carro era «inconciliabile» con il manifesto politico del Pride, «la cui sottoscrizione è fondamentale per tutti i carri partecipanti, senza eccezioni». Ci è stato inoltre contestato di non aver preso le distanze dal governo israeliano: un’accusa falsa, oltre che espressione di un pericoloso doppio standard.

Ma a chi avremmo potuto spiegarlo, se non ci è mai stato concesso un vero confronto? Ancora una volta veniamo considerati responsabili in quanto ebree ed ebrei, chiamati a dissociarci, a giustificarci, a pentirci: «ebreo fai questo, ebreo fai quell’altro». Tutto questo senza ascolto, senza confronto, senza alcuna reale disponibilità al dialogo. Nessun’altra associazione è sottoposta a un continuo esame identitario e politico per dimostrare di meritare di esserci. Questo trattamento viene riservato soltanto a noi. Nella stessa riunione, il Coordinamento del Roma Pride, in un impeto di «grande generosità», ci avrebbe comunque concesso di partecipare «a piedi» con le nostre bandiere.

Nessuna considerazione è stata riservata al fatto che avere un carro rappresentasse per noi anche uno strumento minimo di sicurezza, come comunità LGBTQIA+ già colpita da aggressioni e intimidazioni. Purtroppo oggi, in Italia come in molte parti del mondo, essere persone ebree significa ancora vivere ai margini: criminalizzati, censurati, trasformati in terreno di scontro politico. Nel contempo, un Pride — luogo nel quale tutto questo non dovrebbe accadere — diventa tribunale ideologico e finisce per escludere le minoranze, perdendo inevitabilmente la propria anima. Il Pride è nato come rivolta di tutte le soggettività oppresse, non come spazio nel quale si decide chi sia degno di esserci. E ci tengo a sottolineare che la Repubblica la abitiamo anche noi, ebrei LGBTQIA+, con i nostri corpi e le nostre vite. Nessuno può negarcelo.

Raffaele Sabbadini

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