Venerdì 29 maggio 2026, vigilia del mese del Pride, alla Sauna Thermas di Barcellona, durante un evento “queer women’s sauna” organizzato dal collettivo Bolleras al Vapor, due lesbiche ebree americane residenti in città, Mica e Nikki, vengono fermate all’ingresso. Una indossa una semplice collanina con la Stella di David e tre organizzatrici, donne queer anche loro, le interrogano: “Siete sioniste?”. Poi, con freddezza clinica e sorrisi di superiorità morale, le spingono fuori tra cori di “Free Palestine” senza mai spiegare “libera” da cosa.

Il video girato dalle stesse vittime è agghiacciante: naturalezza, sicurezza, quasi gioia di chi si sente dalla parte “giusta”. La sauna ha preso le distanze, ha bandito gli organizzatori e ha condannato l’episodio. Diranno che è stata la lobby ebraica a fare pressione, chissà. La coppia per ora ha sporto denuncia ai Mossos d’Esquadra, la polizia autonoma della Catalogna. Ma ciò che più inquieta non è solo l’espulsione, ma il silenzio delle altre donne in fila. Nessuna protesta, nessuna parola. Un’indifferenza assoluta e complice. Un silenzio che ricorda sinistramente quello degli italiani e dei tedeschi comuni di fronte alle leggi razziali, alle deportazioni, alle scomparse improvvise di vicini di casa, compagni di scuola o colleghi di lavoro. Indifferenza colpevole che divenne ignavia omicida. Non era sempre odio feroce, era omissione, paura di esporsi, desiderio di non guastare la propria quiete; ma quel silenzio ha permesso all’odio di normalizzarsi fino a diventare prassi.

Per quanto riguarda invece le tre donne queer a cui nel video manca solo la svastica, ritroviamo il meccanismo classico delle minoranze ferite. Chi si è sentito (e spesso è stato) storicamente marginalizzato e aggredito finisce per individuare, dentro il proprio gruppo, una sottominoranza su cui scaricare frustrazione, rabbia e bisogno di affermazione di potere. Come i bulli di scuola che, invece di sfidare chi li opprime davvero, cercano il più debole del gruppo per sentirsi finalmente forti. Qui le lesbiche ebree diventano il capro espiatorio perfetto: abbastanza “dentro” il mondo queer da poter essere attaccate, abbastanza “diverse” da poter essere demonizzate come “sioniste”.

L’ipocrisia suicida ha contagiato queste attiviste che fingono di non sapere, o davvero non vogliono vedere, che in nessuno dei Paesi che circondano Israele (Gaza sotto Hamas, Libano sotto Hezbollah, Cisgiordania dell’ANP e tutti i Paesi islamici) una coppia di lesbiche potrebbe camminare liberamente per strada, figurarsi frequentare una sauna queer. L’omosessualità è punita con carcere, fustigazione o morte. Israele resta l’unico Stato della regione con una comunità LGBTQ+ visibile, protetta da leggi e con Pride ufficiali. Ma ammettere questa realtà romperebbe il racconto semplice “oppressore coloniale/vittima del Sud globale”. Meglio espellere due lesbiche ebree da una sauna di Barcellona, città della progressista Spagna di Sánchez, faro della sinistra europea.

L’intersezionalità, nata per sommare le lotte, si è trasformata in una gerarchia delle vittime in cui gli ebrei (che senza dubbio sono la minoranza più perseguitata della storia europea) sono stati retrocessi in fondo alla lista o trasformati in oppressori per definizione. Il risultato paradossale è che spazi che si dichiarano “sicuri” e inclusivi diventano luoghi di esclusione antisemita. Il Pride dovrebbe essere celebrazione di libertà individuali e diritti universali, non inquisizione identitaria, e quando una minoranza inizia a cacciare altre minoranze con freddezza “naturale” e sorriso di superiorità morale, ha smesso di essere soltanto vittima. Ha cominciato inesorabilmente a riprodurre lo stesso meccanismo di oppressione che dice di combattere.

Alle migliaia di episodi a cui ormai assistiamo da anni si somma anche questa triste vicenda: una sauna, una collanina, tre sorrisi gelidi e un silenzio complice. È il segnale che qualcosa, dentro certi ambienti progressisti, si è rotto irrimediabilmente.