Il 1° ottobre di centovent’anni fa, nel salone della Camera del Lavoro di via Crocifisso, cinquecento delegati fondarono la Confederazione generale del lavoro. Le celebrazioni alla Scala hanno restituito l’emozione di quei giorni, meno il loro contenuto. Il congresso fu una battaglia, e la vinsero i riformisti: centoquattordicimila voti contro i cinquantatremila dei sindacalisti rivoluzionari. Il primo segretario, Rinaldo Rigola, era un intagliatore che diffidava della “politica del cataclisma” e credeva nell’organizzazione, nei contratti, nelle leggi sociali conquistate una alla volta. La Cgil nasce lì, e nasce come metodo.

È il dettaglio da tenere a mente. Milano è la città dove quel metodo servirebbe di più e dove oggi fatica di più. Gli occupati aumentano, le retribuzioni medie sono le più alte della Lombardia, l’economia digitale si misura in miliardi. Eppure nei primi tre mesi dell’anno i contratti brevi sono cresciuti di quasi un terzo. Il lavoro c’è, ma si frantuma in pezzi che nessun contratto di categoria riesce più a tenere insieme.
A questo lavoro la memoria non basta. Il massimalismo non serve. Serve la pazienza di trattare con le piattaforme sugli algoritmi, discutere di formazione con le imprese, comprendere le dinamiche del lavoro digitale. Nel 1906 il sindacato riuscì a unire leghe e mestieri dispersi in mezza Italia, e il compito di oggi non è molto diverso. Essere sindacato riformista e non soggetto ideologico sarebbe il modo migliore per celebrarne la storia. A partire da Milano.

Ambrogio

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