Una dirigente donna in Lombardia percepisce in media 112.884 euro di retribuzione fissa annua. Il suo omologo maschile ne guadagna 129.817. La differenza — quasi diciassettemila euro — non si spiega con il titolo di studio, né con la qualità della prestazione: le laureate italiane sono il sessanta per cento del totale, si laureano prima e con voti mediamente superiori. Eppure già a un anno dalla laurea il divario è del tredici per cento.

Il gender pay gap nazionale si attesta al 7,2 per cento sulla retribuzione annua lorda, ma sale al venti per cento sulle retribuzioni mensili effettive e supera il venticinque per cento sulla componente variabile. In Lombardia la forbice si allarga ai vertici e alla base della piramide. Tra i dirigenti lo scarto raggiunge il tredici per cento; tra gli operai è analogo. Solo nella fascia dei quadri il divario si riduce, attestandosi al 5,5 per cento. Ma i numeri sugli stipendi non dicono tutto. Il dato strutturale più rilevante riguarda il tempo: il trentacinque per cento delle donne italiane lavora a tempo parziale, contro il sette per cento degli uomini. E oltre il sessanta per cento di quel part-time femminile è involontario. Sono donne che lavorerebbero di più, se potessero.

L’Europa si prepara a intervenire. Entro il 7 giugno 2026 l’Italia dovrà recepire la Direttiva comunitaria sulla trasparenza retributiva, che imporrà alle aziende di pubblicare i dati salariali disaggregati per genere e di giustificare eventuali differenze. La certificazione di parità introdotta con la legge Gribaudo del 2021 ha rappresentato un primo passo, ma resta volontaria. La direttiva europea trasformerà la trasparenza da scelta virtuosa in obbligo. Milano, con il suo tessuto di grandi aziende, multinazionali e studi professionali, sarà il primo banco di prova. La città che si racconta come laboratorio d’Europa potrebbe dimostrare che il merito non ha bisogno di correzioni di genere. O scoprire, nero su bianco, che il famoso soffitto di cristallo non si è rotto: si è solo reso trasparente.