Appunti sui giornali che cambiano
Quando cambiò la natura dei giornali – 4
È pressoché impossibile mettere una data a un cambio di fase. I processi lunghi non ne hanno. Ma se dovessi indicare un momento simbolo della trasformazione dei giornali italiani, partirei dal referendum sul divorzio del 1974, quando fu chiaro che la società si stava modernizzando e laicizzando, diventando più autonoma dalla politica. E che anche i giornali non potevano più essere le messe cantate di prima.
Nella stampa le cose erano già in movimento. Come dicevamo nella scorsa puntata, il Giorno dell’Eni e di Mattei aveva dimostrato fin dagli anni Cinquanta che si poteva fare un quotidiano diverso, più moderno nella lingua, nella grafica, nello sport e nel costume. Nel 1968 il Messaggero, per primo in Italia, aveva creato un vero ufficio grafico, rivoluzionando l’impaginazione con Pasquale Prunas e Piergiorgio Maoloni. Dal 1971 il Manifesto portava in edicola quattro pagine scarne e avviava una scuola di titoli che ancora oggi è un esempio per chi fa il nostro mestiere. Dopo il Sessantotto era esplosa anche la stampa extraparlamentare di sinistra: Lotta Continua, quotidiano dal 1972, il Quotidiano dei Lavoratori di Avanguardia Operaia, veri giornali militanti. E dall’altra parte nel 1974 nacque il Giornale di Montanelli, esplicitamente schierato e fondato sul rapporto diretto tra direttore e lettori, tendenza oggi diventata parossistica. Né vanno dimenticati l’Espresso formato lenzuolo e Panorama, laboratori editoriali settimanali della modernizzazione del paese.
Il concentrato di tutto questo fu Repubblica, nata il 14 gennaio 1976: formato tabloid, titoli pensati per colpire, scrittura brillante, identità politica riconoscibile. Un giornale la cui vera invenzione fu la sintesi, e con essa l’idea di un quotidiano che non si limita a raccontare la partita ma la gioca da protagonista.
Dopo un avvio stentato, Repubblica diventò rapidamente un benchmark, un modello da imitare per gli altri giornali. A partire dal Corriere, la nave ammiraglia, che cominciò a portare in prima pagina il privato, i sentimenti, il matrimonio, il divorzio: temi che prima non avevano spazio sul più austero quotidiano italiano. La rincorsa si fece affannosa dopo che tutta la governance del giornale fu coinvolta nella P2, nel 1981; da quel momento il giornale perse più di centomila copie, il gruppo Rizzoli andò in crisi e il giornale fu salvato da una cordata con dentro la Fiat. Quando nel 1986 fu superato da Repubblica nelle vendite, il Corriere tentò di recuperare con gli inserti: Sette, Corriere Salute. E tutti i giornali cominciarono a dare risposte simili, puntando sul restyling per tenere alte le vendite. Ma in realtà stavano pian piano assorbendo l’invenzione più importante di Repubblica: il quotidiano come soggetto politico.
Questa competizione degli anni Ottanta portò ad una crescita delle copie: dai 5 milioni 300mila al giorno del 1980 ai quasi 7 milioni del 1990. Crescita economica, consumi, pubblicità e nuovi prodotti dei media gonfiavano il mercato. Ma parallelamente in quegli anni maturava anche la crisi sistemica della politica italiana, che esplose il 17 febbraio 1992 con l’arresto di Mario Chiesa e l’avvio della stagione di Mani Pulite. E i giornali capirono presto che non bastavano inserti e supplementi per drogare le vendite: bisognava inseguire le cronache giudiziarie.
Nelle redazioni cambiò la gerarchia: meno spazio ai tradizionali ‘pastoni’ politici, più peso ai cronisti giudiziari. La politica smise di essere raccontata attraverso congressi e correnti e cominciò a esserlo attraverso atti giudiziari, indiscrezioni, interrogatori. L’avviso di garanzia diventava una prima pagina gridata, l’interrogatorio uno spettacolo, il verbale quasi un genere letterario. E anche il linguaggio si omologò: il vocabolario delle redazioni si avvicinò a quello delle procure e le tesi dei PM finirono spesso per fornire non soltanto le notizie ma anche il racconto.
Ed è qui che cambiò anche il rapporto tra i giornali. Se la materia prima arrivava dalle stesse fonti giudiziarie e circolava in più redazioni, il rischio non era più soltanto prendere un buco: era restare fuori dalla notizia che tutti gli altri avrebbero avuto. Così si cominciò a controllare cosa sapevano gli altri, poi a scambiarsi informazioni, infine a consultarsi su come trattarle. La concorrenza si rovesciò: invece di custodire la propria notizia, diventava essenziale verificare che nessuno ne sapesse più degli altri.
Nacque così il ‘pool dei giornali’, specchio del famoso pool dei giudici di Milano: quasi naturalmente, da questo nuovo modo di produrre informazione – stesse fonti, stessi tempi, stessi rischi e progressivamente uno stesso circuito.
Non è soltanto una mia ricostruzione retrospettiva. Piero Sansonetti, allora condirettore dell’Unità, ha raccontato anni dopo che tra le grandi redazioni esisteva un vero circuito di consultazione. Antonio Polito, allora caporedattore di Repubblica, ha confermato quel racconto, parlando della scelta di ‘federarsi fra giornali’, scelta che oggi, ha aggiunto, non rifarebbe. Filippo Facci ne ha ricostruito persino il centralino. Un giovane Alessandro Sallusti, al Corriere di Paolo Mieli, telefonava a Dario Cresto-Dina della Stampa di Ezio Mauro; Paolo Ermini, sempre al Corriere, teneva il contatto con l’Unità di Walter Veltroni, che a sua volta parlava con Repubblica. Corriere e Repubblica, concorrenti veri, preferivano non parlarsi direttamente. Le informazioni facevano il giro delle redazioni, tornavano in via Solferino e si decidevano aperture e titoli. I giornalisti, in quel clima di eccitazione frenetica, finirono per convincersi di avere un ruolo nella ‘rinascita del Paese’. Un ruolo politico, insomma.
Fuori da questo asse ‘istituzionale’ c’era l’Indipendente di Vittorio Feltri, che cavalcò l’onda giustizialista in maniera spregiudicata e pop, ottenendo un successo di copie clamoroso e mostrando quanto il mercato premiasse l’indignazione. Il che spinse anche i giornali più compassati ad alzare i toni.
Repubblica stava dentro quella stagione e partecipava al circuito, ma occupava una posizione diversa. Non faceva parte nello stesso modo dell’asse Corriere-Stampa-Unità, governato dalla trimurti Mieli-Mauro-Veltroni, e soprattutto possedeva già una propria identità politica, una propria agenda, una concezione del giornale come protagonista della vita pubblica. Non aveva bisogno di Mani Pulite per scoprire quella funzione. L’aveva già inventata con Scalfari nel 1976.
E poi c’era la televisione, con il TG3 diretto dal comunista Alessandro Curzi che orientava alle 19 le prime pagine del giorno dopo. E quelle vere cinghie di trasmissione tra le carte dei pm e la pancia del Paese che furono le piazze televisive di Michele Santoro, da Samarcanda a Il rosso e il nero. Televisione e giornali si osservavano e si rilanciavano a vicenda. Il circuito dell’informazione diventò molto più omogeneo.
Per qualche tempo il cambio di passo dei giornali funzionò anche nelle edicole. Dopo la frenata del 1991, nel 1992 le vendite ebbero un piccolo rimbalzo, prima di riprendere la discesa dal 1993. In realtà il giornalismo giudiziario, più che far ripartire la festa degli anni Ottanta, ne rallentò per un momento la fine.
Ma le copie, a questo punto, erano quasi un dettaglio. Mani Pulite segnò un passaggio strutturale nella storia dei giornali italiani. Una parte fondamentale del giornalismo maturò definitivamente l’idea di poter esercitare direttamente una funzione politica, in rapporto strettissimo con una magistratura che stava demolendo il vecchio sistema dei partiti. Non più soltanto raccontare il potere, controllarlo o combatterlo, ma concorrere a ridisegnarlo.
Il processo raggiunse il suo apice il 22 novembre 1994, quando il Corriere anticipò la notizia dell’invito a comparire a Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio in carica, mentre si trovava a Napoli per la Conferenza mondiale dell’Onu sulla criminalità organizzata. Quella prima pagina mostrò plasticamente il peso politico ormai conquistato dall’informazione giudiziaria.
Da allora si consolidò una saldatura tra magistratura e informazione destinata a sopravvivere alla stagione che l’aveva prodotta. La politica uscì da quegli anni delegittimata e indebolita; giornali e procure guadagnarono invece un’enorme capacità di determinare l’agenda pubblica.
Questo non significa immaginare magistrati e giornalisti chiusi in una stanza a decidere cosa deve succedere. Sarebbe una caricatura. Si creò qualcosa di più semplice e proprio per questo più resistente: un sistema di convenienze reciproche che funziona ancora oggi così. Le procure producono una materia prima ad altissimo valore giornalistico, i giornali le danno risonanza e centralità, la politica reagisce semprepiù debolmente all’agenda prodotta da quel circuito.
Da allora un’indagine può diventare un fatto politico molto prima della sentenza, aprire o chiudere una carriera, determinare l’agenda di un partito. I partiti hanno imparato a vivere di riflesso, aspettando la vicenda giudiziaria dell’avversario come una volta aspettavano un congresso.
È questo il vero lascito di quella stagione: non giornali semplicemente più aggressivi o politicizzati, ma un cambiamento di funzione. Il quotidiano non è più soltanto un prodotto che compete per i lettori; ma è un attore del sistema politico, capace di produrre agenda, legittimazione e delegittimazione.
E quando cambia la funzione, cambia la natura di un’istituzione.
Per questo Mani Pulite non fu una parentesi nella storia dei giornali italiani. Fu una cesura. Direttori, partiti e modelli di business sarebbero cambiati. Sarebbero arrivati internet, i social, il crollo delle copie. Ma l’idea del giornale come soggetto che esercita direttamente potere è sopravvissuta a tutto.
Resta da raccontare chi pagò il conto più salato di questa mutazione. Fu la sinistra, che nei giornali aveva creduto più di chiunque altro: li aveva fondati, diretti, letti come si legge un breviario. E che dai giornali nuovi fu prima sedotta, poi svuotata, infine sostituita. È la storia di Repubblica e dell’Unità, e comincia con una profezia che ascoltai con le mie orecchie, una sera, fuori dal salone del Comitato centrale e che vi racconterò nella prossima puntata.
C.V.
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