"Deluso dal doppio tradimento di una sinistra fuori dalla realtà"
Referendum, Bargone: “Questa riforma è nostra riproduce i miei principi e quelli di Vassalli, come si fa a dire che si rischia il controllo della politica?”
“Da parlamentare collaborai con Giuliano Vassalli: voleva la separazione delle carriere”
Antonio Bargone, già sottosegretario ai Lavori Pubblici nei governi di centrosinistra, è una figura storica del Partito Democratico. Avvocato, già vicepresidente della Commissione Giustizia della Camera quando Giuliano Vassalli era ministro della Giustizia, collaborò con lui nella stagione che introdusse il modello accusatorio. Oggi torna sul referendum con una posizione netta e controcorrente.
Onorevole Bargone, perché considera questa riforma coerente con la storia della sinistra?
«Si tratta di una riforma che la sinistra insegue da 40 anni. Era nella Commissione Iotti-De Mita, nel bicamerale di D’Alema, nel governo Prodi, nella mozione Martina al congresso del Pd, nella stagione Renzi, fino alla riforma Cartabbia. Io rivendico la coerenza: è una battaglia che abbiamo condotto per decenni. Il fatto che oggi la proponga la destra non la rende meno necessaria».
Qual è il cuore della riforma e quale esigenza democratica prova a colmare?
«È il completamento della riforma Vassalli e dell’introduzione del sistema accusatorio, che ha superato quello inquisitorio del codice Rocco, figlio del regime fascista. L’obiettivo è garantire di più il cittadino e rendere equilibrato il rapporto tra accusa e difesa. E mi stupisce che in questa campagna il diritto del cittadino sia scomparso: sembra un conflitto tra governo e magistrati, mentre il centro dovrebbe essere il cittadino. È una riforma profondamente democratica».
Lei insiste sul tema dello squilibrio nel processo. Dove si vede questa distorsione?
«C’è uno squilibrio evidente e il cittadino ne paga il prezzo. L’accusa dispone di strumenti e di una forza che la difesa non ha, e questo altera l’equilibrio processuale. Per questo la riforma è necessaria: serve a garantire di più il cittadino e a metterlo davvero nelle condizioni di difendersi».
Lei ha parlato di un sistema che non ha funzionato. A che cosa si riferisce?
«Basterebbe ricordare il vaso di Pandora scoperchiato dal caso Palamara: un sistema spartitorio che mortifica anche i magistrati. Questa riforma combatte una stortura, una vera e propria perversione, e restituisce autonomia e indipendenza al magistrato, sottraendolo alle logiche di appartenenza. Il merito è stato troppo spesso messo da parte».
Il centrosinistra, su questo terreno, l’ha delusa?
«Più che sorpreso, sono deluso. Questa è una riforma che la sinistra ha sempre voluto e oggi conduce una campagna piena di menzogne, agitando fantasmi apocalittici: il controllo della politica sulla magistratura, la fine dell’autonomia. Ma l’articolo 104 resta fermo, anzi meglio precisato; e resta il 112, con l’obbligatorietà dell’azione penale».
Lei rimprovera alla sinistra di essersi appiattita sulla linea dell’Anm. Perché è un errore così grave?
«Perché è una posizione corporativa. L’Associazione nazionale magistrati si è opposta storicamente al rito accusatorio, al giusto processo in Costituzione, a molte riforme proposte dai governi. La sinistra non avrebbe dovuto sposare questa linea. Doveva avere più attenzione per i cittadini, non per una corporazione».
Lei ha parlato addirittura di “doppio tradimento”. Che cosa intende?
«Intendo due cose. Primo: si informano i cittadini in modo distorto, facendo credere che questo voto riguardi altro, persino Gaza o la guerra. Secondo: si nega una riforma che può aumentare la democratizzazione del processo. Per me è un doppio tradimento, politico e culturale».
Lei collaborava, nelle istituzioni, con Giuliano Vassalli in una stagione decisiva per il diritto penale italiano: che cosa ricorda di quel lavoro comune e quale approdo indicava già allora quella impostazione?
«C’era un rapporto di collaborazione vero. Io ero vicepresidente della Commissione Giustizia quando Vassalli era ministro e abbiamo lavorato insieme per l’introduzione del rito accusatorio. Per questo posso dire, da testimone diretto, che la separazione delle carriere era il completamento naturale di quel percorso. Il sistema accusatorio, per essere davvero compiuto, aveva bisogno di quella scelta. Non a caso, più tardi, si dovette introdurre nell’articolo 111 della Costituzione il principio del giusto processo».
Lei sostiene anche l’Alta Corte prevista dalla riforma. Per quale ragione la ritiene necessaria?
«Perché introduce responsabilità. Oggi il cittadino comune può essere travolto da processi nati per disattenzione o superficialità, e poi magari assolto senza che per chi ha sbagliato vi siano conseguenze reali. L’Alta Corte serve proprio a questo: a garantire di più il cittadino e a impedire che certi errori restino senza risposta».
Dal fronte del No si continua a evocare il rischio di un futuro controllo politico sulla magistratura. Che cosa risponde? E che cosa le dicono, più in generale, i toni esasperati di questa campagna?
«Rispondo che questo è un processo alle intenzioni che non trova alcun riscontro nella riforma. Non cambia il 104, non viene toccata l’obbligatorietà dell’azione penale. Si agita un fantasma che non esiste, soltanto per ottenere voti con un’informazione scorretta. E poi c’è il clima: parole come quelle di Gratteri raccontano una cultura della delegittimazione e dell’intimidazione verso chi la pensa diversamente. Anche questa è una cultura che va abbattuta. Io spero che i cittadini lo comprendano e votino in modo consapevole».
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