Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Luigi Einaudi, è tra le voci più riconoscibili dell’area liberale e garantista italiana. Da anni conduce battaglie pubbliche sui temi della giustizia, dello Stato di diritto e delle libertà individuali. All’indomani del referendum, legge il risultato come un passaggio politico di grande rilievo, ben oltre il merito tecnico della riforma.

Presidente Benedetto, qual è il primo dato politico che emerge da questo referendum?
«Occorre dare atto, come è doveroso in democrazia, che la maggioranza del Paese ha bocciato questa riforma costituzionale. Il dato più rilevante, però, è una partecipazione straordinaria, un’affluenza inaspettata per tutti. Questo è il vero dato politico di questo referendum. Dico il vero dato politico perché secondo me di tutto si è trattato tranne che di un voto sulla separazione delle carriere».

Sta dicendo, dunque, che il confronto sul merito della riforma è stato alterato?
«Il nostro impegno come comitato per il sì è stato quello di informare i cittadini sul reale contenuto della riforma, per contrastare una formidabile campagna di mistificazione e di disinformazione che, evidentemente, ha dato i suoi frutti. Ciò ha determinato lo snaturamento del confronto referendario in uno scontro politico del tutto estraneo al contenuto della riforma. Però non si è andati a votare su questo. L’impressione nostra è che si sia votato su tutto il resto: la guerra, le accise, la benzina…»

Lei usa un’espressione molto dura: la magistratura “si è fatta partito”. Che cosa intende?
«Resta un fatto molto grave, con il quale il Paese dovrà fare i conti nei prossimi anni: la magistratura si è fatta partito, e ha condotto duramente una battaglia politica con una parte del Paese contro un’altra. Si è voluto creare un fronte contrapposto a un altro, e uno di questi fronti era guidato da un nuovo partito della cui esistenza prendiamo atto, che è l’Anm, alla quale si sono accodate tutta un’altra serie di forze politiche prevalentemente di sinistra».

Contro questo fronte, però, è sembrato prendere forma anche un altro schieramento: garantista, liberale, centrista. Esiste davvero?
«Non c’è alcun dubbio che ci sia stata anche questa volta una risposta soprattutto di questo mondo liberale e garantista. Guarda, noi come Fondazione eravamo da soli pochi anni fa su un’altra battaglia dello stesso genere, e nessuno ricorda che abbiamo portato a votare il 30 per cento dell’elettorato. Tutti i partiti, dalla destra alla sinistra, erano contrari, per cui evidentemente lì era solo il fronte liberale e garantista. Contro tutti. Il che vuole dire che sicuramente c’è una percentuale importante del Paese che le battaglie di libertà le sa riconoscere. Detto questo, in quest’occasione c’è stato un di più».

Il centrodestra, però, c’è stato davvero fino in fondo?
«Il centrodestra c’è stato in maniera parziale, soprattutto nell’ultima fase. Se devo prendere in considerazione il dato della Sicilia e della Calabria, regioni ad amplissima prevalenza del centrodestra, direi che lì c’è stato un fallimento totale. E non solo in quelle regioni. Per cui evidentemente l’elettorato di centrodestra non si è sentito motivato, oppure i partiti non hanno fatto tutto quello che dovevano fare. Tutto questo non era compito nostro».

Sta dicendo che una parte dell’elettorato ha usato il referendum per mandare un altro tipo di messaggio?
«Sì, è esattamente questa la nostra impressione. Il nostro racconto era un racconto assolutamente limitato rispetto alla platea molto più vasta che ha deciso di dare un segnale di altro tipo e di altra natura. Poi saranno i partiti a trarne le conclusioni, non possiamo essere noi di una Fondazione a farlo. Però è evidente che il voto è stato caricato di significati politici ulteriori, del tutto estranei alla riforma».

Da questo voto nasce allora un fronte politico nuovo, garantista, liberale, centrista?
«Direi assolutamente di sì. Ci sono piazze in Italia dove questo fronte è ben presente. Penso al voto importante per il sì di alcune grandi città del Nord e non solo. Così come ci sono altre zone dove a prevalere sono altri aspetti. Il dato di Napoli è un dato ovviamente impressionante. Però era impressionante anche quel dato in Campania sul reddito di cittadinanza, sui bonus vari, tra cui il 110. È la stessa regione. Mi pare che tutto si leghi nel nome di un populismo che in alcune zone del Paese, dobbiamo prenderne atto, è ancora prevalente».

In questo quadro, colpisce anche la presenza di una parte della sinistra schierata per il sì. Che lettura ne dà?
«Sicuramente resta legata a noi liberali e garantisti una certa sinistra, alla quale dobbiamo dare atto, chapeau, che si è schierata coraggiosamente per il sì. Ed è una sinistra significativa, bella e alta, incarnata da Barbera, dai giganti del pensiero di una certa sinistra riformista e a chi fa politica attiva come Pina Picierno. Questa, più che un’alleanza, è quasi una simbiosi che vedo tra liberali, garantisti e una parte della sinistra riformista. Perché poi c’è pure questo aspetto strano: questo è l’unico Paese al mondo, credo, in cui c’è la sinistra giustizialista e la destra pseudo-garantista».

Che cosa resta dopo questa sconfitta?
«Ci vorranno anni, e l’impegno di tutti noi cittadini che coltiviamo e difendiamo l’idea dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, per rimediare a questo disastro. Sicuramente continueremo a essere vigili. Vogliamo ora capire cosa succede sul fronte politico, perché degli scivoloni del sì ci sono stati indubbiamente e di questo oggi dobbiamo prenderne atto. Non so quanto questi scivoloni abbiano influito sul risultato finale, però forse una maggiore attenzione, una maggiore cautela non sarebbe stata male, vista l’aria che si respirava nel Paese».

Dunque la vostra battaglia non finisce qui?
«No. Adesso voglio capire cosa succederà nel mondo della politica, quali saranno le conclusioni che tireranno la maggioranza, il governo, la Presidenza del Consiglio. E poi, su questo, capire che cosa si può compattare. Ma una cosa è certa: continueremo a esserci».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.