Più alta è l’affluenza, più forte sarà il verdetto. Qualunque esso sia
Referendum giustizia, affluenza sopra le attese: per la prima volta da anni, entrambi i fronti spingono a votare
È del 38,9% l’affluenza alle ore 19 per il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. Il dato, pubblicato sul portale Eligendo, è riferito al totale delle 61.533 sezioni. La partecipazione più alta si registra in Emilia-Romagna (46,29%), mentre il valore più basso è in Sicilia (28,77%). Segno evidente che il tema della giustizia è sentito come priorità, come urgenza. E che la mobilitazione del Riformista era necessaria.
Il confronto con il passato è netto. Nel 2020, al referendum sul taglio dei parlamentari, alla stessa ora aveva votato il 29,7% degli aventi diritto. Nel 2001, per il Titolo V, alle 19 si era al 23,9%. Nel 2006 al 22,4%. E perfino il ciclo più recente dei referendum abrogativi – quello del 2025 su lavoro e cittadinanza – si era fermato al 16,16% alla stessa ora del primo giorno. Qui, invece, la partecipazione accelera. Senza quorum. Senza obblighi. Solo per scelta politica.
I seggi resteranno aperti fino alle 23 e riapriranno domani dalle 7 alle 15. Sono chiamati al voto 51,4 milioni di italiani. E la geografia dell’affluenza racconta già qualcosa: due Italie, ma entrambe dentro un dato che segna un’inversione di tendenza.
Ottant’anni di storia elettorale raccontano un’altra traiettoria: quella discendente. Dal 93,9% delle Politiche del 1958 al 63,9% del 2022. Dall’85,7% delle Europee del 1979 al 49,7% del 2024. Un lento svuotamento della partecipazione che ha reso ogni consultazione un test sulla tenuta democratica del Paese.
I referendum non fanno eccezione. Anzi. Spesso sono stati vittime illustri del disinteresse. Il minimo storico è del 2022: appena il 20,9% ai quesiti sulla giustizia. Un precedente che pesava come un macigno su questa consultazione. E che oggi, almeno nei numeri del primo giorno, sembra smentito.
Certo, il paragone più alto resta il 2016: il referendum costituzionale sulla riforma Renzi-Boschi portò alle urne il 65,5% degli elettori. Ma era un’altra stagione. Personalizzazione estrema. Scontro politico totale. Qui il contesto è diverso. E proprio per questo il dato colpisce.
La riforma voluta dal governo Meloni – separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, sdoppiamento del Csm – arriva al voto in un clima polarizzato ma mobilitante. Per la prima volta da anni, entrambi i fronti spingono a votare. Non a disertare. Non a sabotare. A partecipare.
E qualcosa si muove. Anche perché, come sottolineano tutti i principali sondaggisti, un’affluenza elevata tende a favorire il fronte del Sì: più cresce la partecipazione, più si rafforza la spinta al cambiamento rispetto alla conservazione dello status quo.
«State votando in tanti? Mi sembra proprio di SÌ», scrive sui social il vicepremier Matteo Salvini, invitando a recarsi alle urne. Un segnale politico, ma anche la fotografia di una giornata che ha visto file, attese, mobilitazione.
Il dato politico, però, resta. E pesa.
Perché nei referendum costituzionali non esiste quorum. La partita si gioca tutta sui voti validi. E sulla legittimazione sostanziale che deriva dalla partecipazione. Più alta è l’affluenza, più forte sarà il verdetto. Qualunque esso sia.
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