I sassolini
Referendum, la rete è calata: in tre giorni si perquisiscono i Ministeri, si chiede il carcere a un giornalista e si cita a giudizio chi riporta atti parlamentari
La Guardia di Finanza perquisisce il Ministero della Difesa, RFI, Terna e il Polo Strategico Nazionale. Ventisei indagati, Generali inclusi, per corruzione e turbativa d’asta negli appalti informatici. È lo sviluppo dell’indagine Sogei, quella che nel 2024 portò all’arresto del direttore generale della società informatica del Tesoro, colto con quindicimila euro in contanti. Siamo a tre giorni dalla vittoria del No al referendum sulla separazione delle carriere. Coincidenza?
Qualcuno, prima del voto, aveva fatto promesse precise. «Dopo il referendum faremo i conti. Tireremo una rete», aveva detto Nicola Gratteri, procuratore di Napoli. A strascico, aveva precisato. Ci si potrebbe chiedere se quella rete si stia già stringendo. Il Sì si è fermato al 46%: quasi quattordici milioni di italiani che avevano scelto la riforma. Non una minoranza eversiva. Quasi la metà del Paese. Nelle settantadue ore successive, ecco cosa è accaduto. Nei tribunali di Napoli e Bari i magistrati hanno festeggiato intonando «Bella Ciao», additando per nome colleghi esposti per il Sì.
Luca Poniz, già presidente Anm, ha chiesto le dimissioni dei vertici delle Camere Penali. Francesco Agnino, consigliere della quinta sezione penale della Cassazione, ha scritto su Facebook che gli avvocati del Sì dovrebbero «abbandonare la toga», i loro scritti essendo «imbarazzanti», e che «è giusto togliersi qualche sassolino dalle scarpe». Il post è stato rimosso. Le scuse sono arrivate. I sassolini, si teme, restano.
Il 25 marzo il Pm di Lodi ha chiesto tre anni e sei mesi di reclusione per Piero Sansonetti. Pena detentiva per diffamazione a mezzo stampa: quella che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha dichiarato contraria all’articolo 10 della Convenzione e che la Corte Costituzionale — sentenza n. 150/2021 — ha espunto dall’ordinamento. Una richiesta che non avrebbe potuto essere formulata. Chi pagherà disciplinarmente? Parte lesa: Roberto Scarpinato, frontman del No. Colpa di Sansonetti: aver posto domande sul dossier Mafia-Appalti, archiviato giorni prima che Borsellino venisse ucciso.
L’aggravante contestata è che continua a scrivere. E sempre Scarpinato è parte lesa nel decreto di citazione a giudizio contro Aldo Torchiaro — Procura di Napoli — imputato per aver riportato sul Riformista un’interrogazione parlamentare del 1999, agli atti pubblici da ventitré anni, sulla vendita di un immobile a Sciacca di cui Scarpinato era comproprietario, ceduto alla moglie di un indagato del dossier Mafia-Appalti. Torchiaro riportava un atto parlamentare. Secondo l’accusa, è un reato.
Montesquieu scriveva che «tutto sarebbe perduto se lo stesso corpo esercitasse i tre poteri». Noi la separazione l’abbiamo respinta, e il voto va rispettato. Ma forse andava capito prima cosa accade quando, in tre giorni, si perquisiscono i Ministeri, si chiede il carcere a un giornalista in asserita violazione della CEDU e si cita a giudizio chi riporta atti parlamentari del 1999. Gratteri aveva promesso una rete. Non sappiamo se fosse la sua. Ma una rete — più silenziosa, più antica, più capillare — potrebbe essere già calata. E questa, ci si augura di sbagliare, potrebbe essere soltanto l’alba.
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