"I cittadini hanno deciso e noi rispettiamo la loro decisione"
Referendum perso, il governo non si scompone: “Mantenuto l’impegno”
La riforma non ha superato il vaglio popolare. Il «rammarico» evocato da Meloni resta la cifra di un pomeriggio in cui il centrodestra prende atto del verdetto senza arretrare sul progetto
«Andremo avanti, come abbiamo sempre fatto, con responsabilità, determinazione e rispetto verso il popolo italiano». La presidente del Consiglio Giorgia Meloni affida a un videomessaggio la sua prima reazione alla vittoria del No. Un messaggio composto, misurato, istituzionale. Lo sfondo è un giardino, non una sala del potere: una scelta che sottrae il momento alla drammatizzazione e restituisce la premier nella dimensione della sobrietà. Il dato numerico — quasi il 54 per cento dei votanti ha respinto la riforma — non cancella il fatto che oltre 12 milioni di italiani abbiano scelto il Sì, in una consultazione che ha riportato alle urne quasi il 59 per cento degli aventi diritto: un’affluenza che da sola rappresenta una vittoria della democrazia.
Meloni parla di «rammarico per un’occasione persa di modernizzare l’Italia», rivendica la piena coerenza con il programma elettorale del 2022 e ribadisce la continuità dell’azione di governo. La formula è netta — «i cittadini hanno deciso e noi rispettiamo la loro decisione» — e contiene un messaggio chiaro alla coalizione: compattezza, nessuna concessione alla narrazione avversaria dell’«avviso di sfratto», nessuno spazio per letture catastrofiste. Il ministro della giustizia Carlo Nordio, padre della riforma, prende atto «con rispetto della decisione del popolo sovrano» e ricolloca il progetto nella sua genealogia giuridica, richiamando Vassalli, il processo accusatorio, l’articolo 111 che sancisce la terzietà del giudice. La riforma resta, nella visione di Nordio, un’idea giusta che non ha trovato la maggioranza nel Paese. Il ministro esclude che al voto vada attribuito un significato politico e sottolinea come l’alta affluenza «confermi la solidità della nostra democrazia». Un modo per ricordare che il dibattito sulla giustizia ha avuto il merito di rimettere in moto la partecipazione civile.
Antonio Tajani, dal quartier generale di Forza Italia a Montecitorio, sceglie il registro più solenne della giornata. «Il popolo sovrano si è espresso, e noi ci inchiniamo alla sua volontà», dichiara il segretario azzurro. Rivendica di aver fatto «tutto il possibile per far comprendere l’importanza di una riforma che avrebbe reso la giustizia più equa e l’Italia più libera» e accetta il verdetto «con il massimo rispetto». Quel «ci inchiniamo» è un omaggio alla sovranità popolare che esprime la migliore tradizione liberale e garantista di Forza Italia. Gasparri, capogruppo al Senato, offre la chiave interpretativa più lucida: «I referendum confermativi storicamente vedono la vittoria dei No», osserva, inserendo il risultato nella serie dei precedenti repubblicani. E aggiunge: «Bisogna evitare risposte d’istinto, bisognerà tener conto del voto e si approfondirà che cosa fare». Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera e coordinatore della campagna referendaria azzurra, guarda alla fase successiva: «Nessun processo agli alleati». La coalizione non apre alcun fronte di recriminazioni.
Il riferimento neppure troppo velato è al ruolo più defilato della Lega Il pomeriggio non ha fatto registrare dichiarazioni a caldo sul risultato da parte di di Matteo Salvini che aveva pronosticato un 54 a 46 per il Sì, Un riserbo che, nelle ore dei commenti e delle valutazioni, può leggersi come scelta di prudenza in attesa di una riflessione più meditata. In Fratelli d’Italia la linea è quella della rivendicazione senza rimpianti. Lucio Malan, capogruppo al Senato, dichiara: «Non abbiamo nulla da rimproverarci, abbiamo mantenuto un impegno con gli elettori». Segnala una campagna avversaria «pesante, dove sono state attribuite cose che non esistevano» — riferimento a una narrazione del No che ha spesso travalicato il merito della riforma. Sulla stessa linea il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami: «Avevamo detto fin dall’inizio che questo referendum non avrebbe inciso sulle sorti del governo». La separazione delle carriere era un impegno programmatico e come tale andava onorato, indipendentemente dall’esito.
Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, introduce una riflessione di più ampio respiro: «La maggioranza degli italiani rispetto al cambiamento sceglie la conservazione». Il cambiamento, osserva, «fa paura» anche quando le cose non funzionano. Ma esclude contraccolpi sulla tenuta del governo: «Abbiamo ricevuto un mandato politico, non ci saranno minimamente conseguenze politiche. Deve essere concluso e si farà ancora di più». Il centrodestra esce dal referendum con un risultato sfavorevole ma con una coalizione integra e una linea condivisa: abbiamo mantenuto una promessa, il popolo ha deciso diversamente, l’azione di governo prosegue. La riforma costituzionale non ha superato il vaglio popolare. La legislatura ha ancora un anno davanti a sé, e il «rammarico» evocato da Meloni resta la cifra di un pomeriggio in cui il centrodestra prende atto del verdetto senza arretrare sul progetto politico.
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