Tra tutti coloro che ormai da decenni disquisiscono – quando non sentenziano – sull’impiego dei soldati italiani, almeno per logica statistica, qualcuno che colga nel segno non ci dovrebbe essere? Invece nulla, le ipotesi più inverosimili, le più indecorose sono quelle che tengono la scena, fino al punto che in passato, persino un ministro della Difesa stava per mettere in campo una visione che avrebbe tramutato l’esercito in un corpo di protezione civile. Ancora oggi non pochi sindaci invocano l’esercito come panacea per la protezione di stazioni, discariche, periferie e ogni altro luogo afflitto da sicurezza precaria. E tarda a morire – anzi – l’idea di soldati a supporto delle forze di polizia per l’ordine pubblico e la sicurezza nelle strade.

Da un po’ di tempo però il focus si è spostato fuori dai confini nazionali, da quando, ancora una volta, la Francia, seguita dai cosiddetti “volenterosi”, si è avventurata in una delle sue bizzarre sortite che, a differenza delle altre, tarda ad evaporare. Bizzarre perché, chiamare a raccolta gli alleati per la creazione di una forza multinazionale da dislocare in Ucraina prima ancora che un negoziato lo preveda e ne contempli il mandato, sfiora l’inverosimile e crea irritazione anziché dissuasione. Anche l’ultima chiamata, questa volta per la Groenlandia, non convince. Un segnale a Trump si dice, il fatto che poi venga recepito è altra cosa. Più che una puntura di spillo – tale sarebbe lo schieramento dimostrativo di poche centinaia di soldati nell’area artica contesa – con il Presidente statunitense forse non basta neppure il bazooka, economico o di altro tipo. Non è invece stata mai evocata da alcuno l’ipotesi di un utilizzo delle forze armate europee a dissuasione vera di chiunque rappresenti rischio per i nostri interessi, a cominciare da Putin.

Non più tardi di quattro anni fa, anziché rinforzare con l’andirivieni di un manipolo di velivoli da caccia il sistema di difesa del nord Europa, si sarebbe dovuta iniziare l’edificazione di un robusto strumento militare europeo da dislocare, finché ve ne fosse stato bisogno, nei paesi dell’area. I meccanismi operativi di una confrontazione militare sono ormai estremamente complessi, per contro l’Europa non si è mai spinta oltre la condotta di operazioni su scala limitata, in missioni inadeguate a fronteggiare conflitti seri, ad alta intensità. Proprio per questo poter operare insieme a lungo, con l’appoggio della Nato, ed in particolare degli Stati Uniti, in competenze di cui siamo sprovvisti o quasi, sarebbe stato e sarebbe un irripetibile occasione per testare e verificare – in prospettiva – il progetto di uno strumento militare comune.

Oggi il centro di gravità di una macchina bellica efficace è la consapevolezza globale e costantemente aggiornata dello scenario della battaglia, è la disponibilità nella massima misura possibile dei dati, delle informazioni da acquisire, elaborare, distribuire ed utilizzare con l’impiego di sistemi d’arma integrati ed interoperabili. E perché la macchina possa funzionare è precondizione irrinunciabile ritrovarsi insieme, assemblare un dispositivo che si attagli allo standing dell’avversario ed alle nostre capacità e disponibilità, per poi cominciare a provare e riprovare finché tutto non vada a regime. Provare avendo in mente i veri obiettivi, da inventariare accuratamente e da ed aggiornare costantemente, e da inserire in una lista completa, ordinata per priorità condivise con gli alleati.

Se avessimo capito e fossimo d’accordo su questo, oggi disporremmo nell’area di una vera e robusta deterrenza, di operatori di tutti i livelli più preparati ad interagire per le eventuali emergenze e di una maggiore consapevolezza delle sfide che ci attendono quando volessimo finalmente mettere mano ad una difesa comune europea.

Leonardo Tricarico

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