Il principio
Studenti stranieri in classe: la domanda che il Veneto porta a Roma
Il principio non è in discussione: che una classe in cui nessuno parla italiano non insegni a nessuno lo sanno per primi gli insegnanti. In discussione è la fattibilità. Secondo il ministero dell’Istruzione, in Veneto la soglia del 30 per cento è già superata nel 10,5 per cento delle classi statali; e nel Veneziano, rileva Tuttoscuola, una scuola materna su dieci ha più bambini stranieri che italiani. La norma annunciata da Roma nasce qui già derogata.
La geografia scolastica ricalca quella produttiva. Dove il lavoro ha chiamato, trent’anni fa, oggi ci sono i figli: nel quartiere Piave di Mestre più di un residente su tre è di origine straniera e i bambini vanno quasi tutti alla stessa scuola, il Giulio Cesare, con nove cognomi stranieri su dieci nelle classi prime. La Regione si è detta favorevole alla misura, i presidi ne segnalano i limiti applicativi. Spostare una parte degli iscritti altrove richiede tre cose. Un’aula: quasi un edificio scolastico veneto su due non risulta in possesso del certificato di agibilità, secondo l’elaborazione di Tuttoscuola sui dati disponibili più aggiornati dell’Anagrafe nazionale dell’edilizia scolastica. Un insegnante: nel solo Trevigiano ne mancano circa tremila, secondo la Cisl scuola, e i pochi specializzati in italiano come lingua seconda finiscono nei corsi per adulti. Un autobus: lo paga il Comune, che lo ha già fatto presente. Roma stanzia quattordici milioni per l’intero Paese, il resto è a carico del territorio. La domanda che il Veneto porta a Roma non è quanti siano i bambini stranieri. È da quale bilancio esca la loro integrazione.
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