Se in politica la prontezza dell’azione è vitale, in economia, se viene meno, è fatale. Marco Gay, 21esimo presidente dell’Unione Industriali Torino, in occasione del 120esimo anniversario del sodalizio degli imprenditori, lo mette nero su bianco: «O si investe, altrimenti il primato della robotica si perde, se si dà per scontato. Serve una politica industriale».

Presidente Gay, il vostro rapporto fotografa Torino come una delle capitali europee della robotica. Quanto conta questo risultato e cosa ci dice sullo stato dell’industria italiana?
«Conta molto perché dimostra che non stiamo parlando di una prospettiva futura, ma di una realtà già presente. Torino è la terza città europea per investimenti nella robotica, dietro soltanto a Francoforte e Monaco. Questo significa che esiste una capacità industriale, tecnologica e produttiva consolidata. La robotica, inoltre, non riguarda soltanto gli umanoidi: riguarda l’intero mondo delle macchine intelligenti e dell’automazione avanzata. Parliamo di un mercato destinato a raggiungere i 200 miliardi di euro entro il 2030. L’Italia, e Torino in particolare, hanno tutte le condizioni per essere protagoniste di questa crescita».

Leadership conquistata, dunque. Ma come si evita di perderla?
«La leadership si perde quando la si considera acquisita. Oggi la parola chiave è investire. Servono politiche industriali che sostengano innovazione, ricerca e crescita delle imprese. Non dobbiamo scegliere un singolo settore da proteggere, ma rafforzare quei fattori che permettono ai settori esistenti di trasformarsi e competere. La sfida è mettere insieme ricerca, startup, piccole e grandi aziende in una filiera capace di generare innovazione. Se continuiamo a investire possiamo guidare il cambiamento; se ci fermiamo rischiamo di rincorrerlo».

In questo quadro quanto pesano gli incentivi pubblici? E l’Italia, sta facendo abbastanza?
«Gli incentivi fanno la differenza, ma non devono sostituire gli investimenti privati. Devono accompagnarli. Un’impresa investe perché ha un progetto industriale; gli strumenti pubblici devono consentirle di investire di più e meglio. Negli ultimi anni abbiamo visto che, quando le misure vengono chiarite e rese operative, gli investimenti partono. La direzione intrapresa è positiva, ma serve un orizzonte più lungo. Le imprese pianificano su tre o cinque anni, e hanno bisogno di una politica industriale altrettanto stabile. È un tema che dovrebbe essere bipartisan: la competitività del Paese non può dipendere dalle scadenze elettorali».

Lei insiste molto sul capitale umano. In un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale, quali competenze servono davvero?
«Serve anzitutto ricordare che la tecnologia è uno strumento ma che al centro restano sempre le persone. Abbiamo bisogno di più competenze STEM, ma sarebbe un errore separarle da quelle umanistiche. Le nuove tecnologie richiedono capacità tecniche, certo, ma anche visione, progettazione e comprensione dei bisogni umani. La robotica deve aiutare il lavoro, non semplicemente sostituirlo. Torino dispone di università, centri di ricerca e oltre 130 mila studenti ogni anno: questa ricchezza deve trasformarsi in attrazione di talenti e investimenti. Se non investiamo sulle competenze, con il calo demografico già in corso, la partita diventa molto più difficile».

Molti osservano con preoccupazione l’avanzata tecnologica della Cina. È una minaccia per l’industria europea?
«Io credo che l’Europa debba smettere di interrogarsi soltanto su ciò che fanno gli altri e iniziare a chiedersi quale ruolo vuole giocare. La Cina oggi innova e guida la produzione di brevetti in ambito robotica: possiamo essere un partner, ma soprattutto dobbiamo guardare a chi fa meglio di noi e trovare la nostra strada per mantenere la nostra leadership industriale. La questione non è quale settore proteggere, ma dove vogliamo essere competitivi. Abbiamo un mercato enorme, una tradizione industriale straordinaria, che vuol dire un patrimonio di dati strategici, e una grande capacità di innovazione. Per sfruttare questi punti di forza servono però un vero mercato unico dell’energia, un mercato unico dei capitali e una politica industriale europea più coraggiosa. Dobbiamo essere il luogo in cui innovazione e produzione crescono insieme».

Se il governo dovesse accogliere una sola indicazione contenuta nel vostro rapporto, quale sarebbe?
«Più che una singola misura, mi auguro che venga recepito il messaggio complessivo. Investimenti, competenze, energia e innovazione devono procedere insieme. Questo rapporto vuole essere un contributo concreto alla costruzione di una politica industriale moderna. Sono ottimista: vedo attenzione e disponibilità al confronto. Ma c’è un punto che non possiamo dimenticare. Non abbiamo dieci anni per pensarci. Questa rivoluzione industriale corre molto più velocemente di quelle che l’hanno preceduta. Le opportunità ci sono già oggi. La differenza la farà la velocità con cui sapremo coglierle».

L’Unione Industriali Torino fotografa un settore strategico in piena espansione: La robotica è una delle leve strategiche per l’industriale mondiale, con un mercato globale che dovrebbe raddoppiare il proprio valore entro il 2030 arrivando a 200 miliardi. L’Italia è il secondo produttore europeo di robot con una quota del 25%, seconda anche per installazioni e al sesto posto mondiale per esportazioni pari a 3 miliardi di dollari nel 2024. Il Piemonte è al centro di questo scenario ospitando il 28,6% delle imprese di robotica e concentrando la quota maggiore di fatturato (48,7%) e di addetti (64,3%).