Il voto di fiducia sugli aiuti militari e civili all’Ucraina è stato una trappola per Vannacci e per gli sparuti parlamentari migrati con lui, “costretti” a dare la fiducia al governo e poi a distinguersi con un voto contrario sul merito del decreto, ma con un’assonanza reciprocamente imbarazzante con M5S e Avs. Giorgia Meloni, ponendo la fiducia, ha fatto una mossa prima del bivio che la porterà alle elezioni politiche del prossimo anno.

La prima strada del bivio è tenere chiusi i cancelli della coalizione: quieta non movere. In fondo, la premier non ha bisogno di allargare la maggioranza e può scommettere sulla sua autosufficienza elettorale. La seconda è quella antica della sinistra, capovolta: nessun nemico a destra. E il metodo è l’arca: tutti dentro la coalizione, da Maurizio Lupi a Vannacci e Pozzolo. Così i pochi seguaci del Generale diverrebbero la quinta, magrissima, gamba della coalizione: è un’opzione in cui difficilmente il centrodestra si infilerà. Intanto, perché l’apertura metterebbe fine a qualunque speranza di una convergenza con Carlo Calenda e attiverebbe il nervosismo di Salvini, il quale – dopo aver subito il “tradimento” degli scissionisti – dovrebbe accettarne la concorrenza “interna”. Ma, soprattutto, obbligherebbe la presidente del Consiglio a fare due passi indietro sulla politica estera, proprio il terreno del suo alto standing internazionale, con una battuta d’arresto nella linea di sostegno all’Ucraina, che è la carta di credito con la quale si è fatta strada nel concerto delle nazioni; senza contare il carattere di Meloni che della difesa di Kyiv dall’aggressione di Putin ha fatto un punto d’onore.

La scelta di aprire a Vannacci, sempre più nel ruolo di agente poco segreto degli interessi russi in Italia, distanzierebbe l’inquilina di Palazzo Chigi dalla via europeista sulla quale oggi sembra impegnata per creare una “vicinanza più lontana” rispetto a Donald Trump: la spia di questo sottile, ma evidente, smarcamento, è l’asse solido costruito col cancelliere tedesco Merz. La presidente del Consiglio sa anche che le avventure a destra della destra si concludono puntualmente con una défaillance.

Nelle scorse elezioni politiche, Italexit, rimasta fuori dall’alleanza di centrodestra, pur includendo una realtà strutturata qual è CasaPound e vantando un portavoce d’esperienza come Gianluigi Paragone, si fermò all’1,90%, non conquistando alcun seggio. Con la prima premier di destra uscente, con FdI stabile al 30% nei sondaggi, con un fatturato di risultati nella lotta all’immigrazione irregolare (sensibilmente diminuita) e di maniere forti securitarie, è difficile che la destra si faccia sottrarre voti “on the right”. Anche perché – è un dato poco valutato – proprio considerando queste evenienze, Fratelli d’Italia non ha mai rinunciato all’eredità della fiamma: l’unico symbolum sopravvissuto ai rivolgimenti della Prima e della Seconda Repubblica.

A Vannacci resta lo spazio “pacifista” e filo-putiniano, ma, Lega a parte, è un sentiment presidiato da M5S e Avs; cosicché, come abbiamo visto nel voto di merito sul decreto Ucraina, la confluenza crea disagio sia al campo largo che allo stesso Generale, il cui nascente Futuro Nazionale potrebbe restare rinchiuso in una sorta di Fortezza Bastiani, tagliata fuori da grandi ambizioni e prospettive.

Carmelo Briguglio

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