Ambrogio
Vannacci, il programma di Futuro Nazionale non c’è. La scelta giusta tra polizia di quartiere e misure alternative al carcere
Ho letto il programma di Futuro Nazionale e resta l’impressione di un manifesto privo di basi solide, fondato sull’idea che la sicurezza si ottenga aumentando la capacità dello Stato di reprimere e punire. Ma la repressione arriva sempre a valle: investire solo lì significa inseguire il problema senza risolverlo. Le esperienze più efficaci ci insegnano l’opposto: si interviene prima, sulle condizioni che favoriscono il reato.
Oltre a questo, c’é poi un limite di fondo: molta parte di ciò che si propone è semplicemente ovvia. Espressioni come “Tolleranza zero verso la criminalità” o “massima tutela delle forze dell’ordine” sono condivisibili da tutti proprio perché generiche. La sicurezza è un obiettivo comune, ma ogni proposta dovrebbe indicare quante persone servono, quanto costa, come finanziarla e in quanto tempo.
Prendiamo le “zone rosse permanenti” presidiate dai militari. In Italia l’impiego dell’esercito a supporto della polizia è sempre stato temporaneo. Vannacci vuole renderlo strutturale, ignorando i limiti già emersi con l’Operazione Strade Sicure, arrivata a circa 6.800 militari e quasi 191 milioni di euro l’anno, più 34 milioni per Stazioni Sicure. Restano però irrisolti problemi noti: equipaggiamento inadatto, addestramento sacrificato e manutenzione insufficiente. Estendere il modello senza correggerli sarebbe una misura miope.

Il programma ignora poi il vero nodo: non mancano gli agenti, manca la loro visibilità. A Milano solo 197 vigili di quartiere su oltre 3.300 agenti dovrebbero presidiare il territorio, ma non sono riconoscibili. Basterebbe riorganizzare il servizio in 88 microzone con 588 operatori su tre turni, prevedere gabbiotti fissi, creare un sito per ogni Municipio con i riferimenti degli operatori e apporre le relative targhette sui condomini. Questo garantirebbe un presidio reale con risorse già disponibili, sul modello dei Koban giapponesi o della polizia di quartiere di Lugano.
Sul carcere il programma punta tutto sulla permanenza, ignorando però l’indicatore decisivo: la recidiva. Chi sconta l’intera pena in carcere ha un tasso di recidiva del 70% nei cinque anni successivi alla scarcerazione; chi esegue la pena con misure alternative ha una recidiva tre volte inferiore, e per chi lavora questa scende sotto il 25%. Anche il conto economico è netto: un detenuto ci costa 150 euro al giorno, circa 54.600 l’anno; una misura alternativa ci costa invece 50 euro, un terzo. Sottoponendo 10.000 detenuti alle misure alternative, il risparmio sarebbe di circa 365 milioni l’anno. La legge Smuraglia resta lo strumento più efficace, ma è largamente sottoutilizzata: si potrebbe potenziarla prevedendo campagne di comunicazione mirate insieme alle principali associazioni di categoria.
Sulle baby gang, abbassare l’imputabilità mostra il suo limite. Il Decreto Caivano è già intervenuto in senso repressivo e un ulteriore abbassamento rischia di far ricadere nel circuito penale minori che avrebbero più bisogno di un percorso educativo. Un esempio virtuoso è l’istituto della messa alla prova che sospende il processo offrendo un percorso alternativo. La recidiva a cinque anni per chi la completa è del 19%, contro il tasso del 29% del percorso penale tradizionale.
Infine c’è un’ulteriore pilastro ignorato: la cura degli spazi come prevenzione. La “teoria delle finestre rotte”, che consiglio al Gen. Vannacci di leggere, insegna che l’insicurezza percepita nasce anche dal degrado. Investire su illuminazione intelligente o parcheggi più visibili riservati alle donne significa intervenire senza nuove risorse o maggiore personale. È questo il tipo di prevenzione da adottare: a basso costo e alto impatto.
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