Ambrogio
Vannacci, Milano e la politica dei brand: quando si parla di tutto tranne che dei problemi veri della città
Entro la settimana, Roberto Vannacci farà il nome del suo candidato sindaco per Milano. Chiunque sia, la sua funzione sarà comunque di incarnare il “brand Vannacci”. Implicitamente l’ha reso chiaro lo stesso Generale, quando lunedì ha pubblicato sui suoi profili un sondaggio che lo colloca terzo per gradimento, con l’11,2%, dietro Pierfrancesco Majorino e Mario Calabresi.
Nessun istituto, nessun campione, nessuna data di rilevazione: il documento vale poco. Il commento che lo accompagna vale molto di più. Essere terzo, ha scritto il leader di Futuro Nazionale, «senza essere milanese, senza aver mai frequentato il capoluogo lombardo, senza aver mai ipotizzato la mia candidatura» lo lusinga moltissimo. E qui è il punto. L’estraneità alla città non viene attenuata: viene esibita come titolo di merito. E non è un esercizio a distanza, visto che dal 23 luglio Futuro Nazionale siede a Palazzo Marino con Luca Bernardo, che nel 2021 era il candidato sindaco del centrodestra.
Immaginiamo che quel numero regga, o anche solo che ne descriva l’ordine di grandezza. Vorrebbe dire che a una porzione consistente di milanesi non interessa più che a Palazzo Marino sieda un concittadino, non interessa il profilo civico. Non è disaffezione: è la disponibilità a farsi amministrare da una postura politica che viene da fuori. Un commissariamento non subìto ma gradito, anzi richiesto. La tentazione è addossarne la responsabilità agli elettori, alla loro volatilità. Sarebbe comodo e sbagliato. Non è l’elettorato ad aver smarrito l’identità milanese: è la politica cittadina ad averla dismessa per prima. Da anni le forze in campo, tutte, importano dal circuito nazionale il format della campagna permanente, il posizionamento su argomenti che dividono, perfino internazionali, mondiali, la grammatica della contrapposizione identitaria, con i temi diventati dei brand.
Si parla di sicurezza in generale e mai della sua geografia dentro il perimetro comunale; di costo della vita in generale e mai della distribuzione del lavoro sul territorio, di sostenibilità ambientale e mai del suo intreccio con viabilità e i trasporti, di immigrazione e mai di periferie. L’elettore prende atto che nessuno gli parla più davvero della sua città e conclude, con impeccabile coerenza, che l’anagrafe del candidato è un dettaglio burocratico. La replica di Matteo Salvini da Tirano – sono milanese e sceglieremo un milanese – suona antiquata proprio perché rivendica un criterio che la comunicazione, anche della sua parte politica, ha svuotato da tempo.
Resta la domanda che nessuno formula: chi è oggi il milanese di cui si invoca la rappresentanza? Secondo i dati Istat, al 1° gennaio 2026 la città conta 2.835 residenti in meno rispetto a dodici mesi prima, mentre i Comuni della cintura ne guadagnano 9.491. Il corpo elettorale si assottiglia e si divarica fra chi può permettersi di restare e chi resta perché non ha alternative. Difendere la milanesità del candidato presuppone un milanese medio che il pendolarismo metropolitano ha già dissolto. Non è una previsione, e nemmeno un allarme. È un’ipotesi di lavoro che i partiti farebbero bene a maneggiare prima di settembre, quando riaprirà il cantiere delle candidature e le coalizioni dovranno finalmente dire un nome. Ma attenzione: la contromossa non è pretendere il certificato di residenza. È tornare a pronunciare i nomi dei quartieri.
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