Votate tutti, ma non Cosimo Ferri. L’ex sottosegretario alla Giustizia, oggi consigliere della Corte d’appello di Roma, può decidere della sorte delle persone e delle aziende, pronunciandosi su diritti soggettivi che hanno spesso rilevanti conseguenze economiche. Ma, secondo il Comitato “Società civile per il No”, non dovrebbe poter decidere se un collega possa tenere una lezione all’università o ottenere un trasferimento vicino a casa. La candidatura di Ferri alle elezioni per il rinnovo della componente togata del Consiglio superiore della magistratura, in programma il 25 e 26 ottobre, ha infatti provocato la dura presa di posizione del Comitato nato per organizzare e sostenere la campagna contro la riforma costituzionale della giustizia.

Il comitato non si è sciolto

Presieduto dal professor Giovanni Bachelet, il Comitato non si è sciolto dopo il referendum e continua a riunire associazioni, organizzazioni sindacali, realtà della società civile, giuristi, esponenti del mondo della cultura e semplici cittadini. Una galassia molto articolata, nella quale figurano, tra gli altri, Anpi, Acli, Arci, Cgil, Legambiente, Pax Christi, Movimenti per l’acqua bene comune, Lavoratori precari della giustizia, Rete degli Studenti Medi, Antimafia Duemila, Le Agende Rosse, Pci nazionale e Unione Inquilini. Lo scorso fine settimana, il Comitato ha scelto di intervenire sulla candidatura di Ferri, presentatosi come indipendente, esprimendo “sconcerto” per la sua presenza tra gli aspiranti componenti del Csm. Una presa di posizione che, pur riconoscendo (bontà sua, ndr) la libertà individuale di candidarsi, ha richiamato la vicenda dell’Hotel Champagne, al centro dell’inchiesta sul “Palamaragate”.

La riunione del 9 maggio

Il riferimento è alla riunione del 9 maggio 2019, quando Ferri, allora deputato del Pd, partecipò all’incontro con l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara, il dem Luca Lotti e cinque consiglieri del Csm. Al centro della conversazione, registrata grazie ad un trojan inserito nel cellulare di Palamara, in quel momento indagato a Perugia per altre vicende, vi sarebbero state le nomine ai vertici di alcuni uffici giudiziari, tra cui la Procura di Roma. Per quei fatti Ferri ha affrontato un procedimento disciplinare, conclusosi nel marzo 2024 con l’assoluzione.

Il Palamara gate

Nel documento contro Ferri, il Comitato ha richiamato il discorso pronunciato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 18 giugno 2020, all’indomani dell’esplosione del Palamaragate. In quell’occasione il capo dello Stato aveva denunciato le “gravi e vaste distorsioni” emerse dall’inchiesta della Procura di Perugia, parlando di “dilagante malcostume” e di “modestia etica”. Parole che, per i promotori dell’iniziativa, conservano tutta la loro attualità e che giustificano la richiesta di “vigilare” affinché episodi analoghi non si ripetano. Una posizione che ha suscitato la reazione del giudice Andrea Mirenda, attuale componente del Csm, il quale sui social ha contestato l’iniziativa del Comitato, parlando di “gigantesca ipocrisia”. “Un collega che a tutti gli effetti è un magistrato perché non dovrebbe andare al Csm? Per i cittadini un giudice qualsiasi, per i magistrati solo gli adamantini e gli specchiati?”, ha affermato Mirenda. Ferri, dal canto suo, ha rivendicato la scelta di presentarsi alle elezioni, sostenendo che la sua candidatura possa contribuire a rendere più aperta la competizione, in un contesto nel quale molte candidature sono espressione di decisioni già assunte dalle correnti. Il sospetto, allora, è che dietro la fatwa a Ferri vi sia il solito regolamento di conti fra i gruppi dell’Anm, amplificato dopo la vittoria del No al referendum.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere