Non si è mai tirata indietro, per la massima ingiustizia che aveva colpito suo padre Enzo e per tutte le altre contro tutti gli altri. Silvia Tortora ci ha lasciato a soli 59 anni e anche questa è un’ingiustizia. Una brava giornalista, che sapeva andare dentro le cose e anche capire le persone. Ne ricorda i ritratti, anche politici, Giovanni Minoli, con cui lei aveva lavorato, restano a memoria i suoi libri, il più citato dei quali è Cara Silvia, quello che racconta il rapporto con suo padre e le lettere che lui le spediva dal carcere. E che lei ha ricambiato con un film e un titolo che non poteva essere diverso, per tutti noi che lo abbiamo conosciuto e gli siamo stati amici: Un uomo per bene.

Il simbolo, ancor prima di Tangentopoli e Mani Pulite, ben prima delle stragi di mafia e dei pm militanti che coltivavano la “Trattativa”, di un certo tipo di deformazioni mediatico-giudiziarie così ben descritte dal magistrato Luca Palamara. Quando ha detto che se un pm ha dalla sua un gip, un ufficiale di polizia giudiziaria e un paio di cronisti disponibili, può distruggere chiunque. È quel che è capitato a Enzo Tortora, che ha pagato l’esibizionismo di quei pm, l’uso di quei “pentiti” che nella stessa caserma concordavano le versioni dei fatti, e il coro dei cronisti servi sciocchi, con il carcere e poi con la morte per tumore, anche lui a soli 59 anni. «Mi è scoppiata dentro una bomba atomica», mi diceva, e non parlava solo del tumore.

Silvia, così come Gaia, la figlia piccola, è stata devastata da questa “bomba” a soli 21 anni. Si è rimboccata le maniche, ha dovuto toccare con mano, da subito, il fatto che, in certe situazioni, non conta molto che una persona sia “un uomo per bene”, e anche che se si è innocenti non si va in carcere, e che se ci si è finiti per sbaglio, sicuramente la giustizia trionferà. Che esistono il bene e il male, i buoni e i cattivi come nei film del Far West. Non era e non è così. Camorrista, spacciatore e procacciatore di morte, era Enzo Tortora sui giornali per bocca di pubblici ministeri senza vergogna che mai, mentre percorrevano un gradino dopo l’altro le loro luminose carriere, ebbero una parola di dispiacere per aver distrutto quella vita. Per aver fatto esplodere quella bomba atomica nel corpo di un uomo, che fu anche violato dai pescecani dell’immagine, e fotografato e pubblicato mentre passeggiava all’aria nel cortile del carcere napoletano in cui era stato rinchiuso, con la testa rasata, forse per motivi igienici. Umiliato, certo. Anche da quelle immagini. Come lo sono le persone per bene quando incontrano i terroristi, comunque travestiti, che fanno esplodere le bombe.

Silvia lavorava al settimanale Epoca, nei primi anni novanta, quando fu spedita una lettera, che le arrivò in redazione e che era stata fatta pervenire anche a me, in modo alquanto rocambolesco. Era una denuncia molto precisa nei confronti del questore di Palermo, Arnaldo La Barbera, accusato di aver fatto torturare alcuni detenuti nel carcere di Pianosa. Conoscevo bene la situazione, a Pianosa ero andata due volte dopo che sull’isola, come all’Asinara, erano stati trasferiti centinaia di detenuti da tutte le carceri del sud. Un vero blitz, di notte, con i reclusi strappati dalle lenzuola così come erano, chi in pigiama, chi senza, a piedi nudi, strattonati, colpiti con le mani o i manganelli. La vendetta condotta a casaccio su chi era già prigioniero, da parte di uno Stato imbelle, incapace di trovare i boss di mafia che avevano compiuto le stragi di Capaci e via D’Amelio e che erano tutti latitanti. Tra i prigionieri di Pianosa c’era anche Vincenzo Scarantino, la lettera era di sua moglie. Il racconto mostrava una realtà mostruosa: spedizioni punitive tutti i giorni, detenuti affamati che trovavano nella scarsa porzione di minestra vermi e pezzetti di vetro, sveglie improvvise la notte con secchiate d’acqua, impossibilità di fare la doccia né di cambiarsi. I parenti e gli stessi avvocati erano tenuti lontani da questi veri sequestrati vivi, difficoltà erano state fatte anche a noi parlamentari.

Ma l’aspetto più grave della lettera era che il questore La Barbera veniva esplicitamente accusato di voler trasformare Vincenzo Scarantino in “pentito” . La tensione era altissima, dopo che i corleonesi avevano assassinato in sequenza i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Silvia e io facemmo tesoro di quella lettera e di quelle visite a Pianosa con Marco Taradash, Sergio D’Elia e altri esponenti del Partito radicale. La notizia delle torture e dei maltrattamenti cominciò a trovare qualche spiraglio nelle interrogazioni parlamentari e sulla stampa, e per fortuna, dopo le prime reazioni rabbiose per cui dopo ogni nostra visita i manganelli roteavano senza pietà, il clima nelle due carceri speciali si era un po’ alleggerito. Ma intanto i vertici della magistratura erano passati al contrattacco. Giancarlo Caselli, procuratore capo di Palermo, tenne un’affollatissima conferenza stampa per difendere la reputazione del questore La Barbera. Mossa indispensabile, anche perché nel frattempo Vincenzo Scarantino, l’Enzino del quartiere palermitano della Guadagna, tossicodipendente e frequentatore di transessuali, non proprio l’ideale uomo di fiducia di Totò Riina, non si sa bene (o forse lo si sa anche troppo, proprio come diceva sua moglie) per quali tortuosi percorsi, era diventato il “pentito” d’oro. Si era autoaccusato di aver portato in via D’Amelio l’auto imbottita di tritolo che farà esplodere Paolo Borsellino.

Ricordando Silvia, vengono in mente gli strani meccanismi mentali di magistrati che hanno dato ascolto alle stupidaggini più assurde, come quelle di quel bellimbusto che aveva raccontato di essersi trovato nella toilette di una televisione locale lombarda accompagnando la moglie cui si era rotto l’elastico delle mutandine. E in quella toilette avrebbe visto Enzo Tortora che spacciava droga. Così, tranquillamente, in una giornata televisiva milanese. E naturalmente era stato creduto. Così come è stato creduto Scarantino, il picciotto picchiato e torturato a Pianosa. È bene ricordare che non tutti i magistrati gli avevano dato credito. Ce ne furono due, Ilda Boccassini e Roberto Saieva, che denunciarono al procuratore capo di Caltanissetta Giovanni Tinebra in due relazioni il bluff del picciotto della Guadagna. Un vertice previsto sull’argomento non sarà mai convocato. Poi Boccassini tornerà a Milano, e l’inchiesta passerà nelle mani di altri pm, Carmelo Petralia, Annamaria Palma e Nino Di Matteo. I quali non avranno mai la curiosità, nonostante le tante disperate ritrattazioni dello stesso Scarantino, di capire perché i due pm precedenti avessero tanti dubbi sulla genuinità di quella confessione. Bisognerà aspettare il 2008, a 17 anni dalla strage, e il “pentito” Gaspare Spatuzza, quello che davvero portò l’auto imbottita di tritolo in via Capaci, per arrivare alla verità. E ancora due anni per far scarcerare tutti gli innocenti calunniati da “Enzino”.

Ricordare Silvia, oggi che lei non c’è più, è anche occasione per mettere le cose in ordine. Non è importante sapere che fine hanno fatto i “pentiti”, quelli che dicono la verità (sempre comunque solo per interesse personale) e quelli che mentono. Il problema è invece capire perché tutti questi magistrati – non solo i pm, ma anche i giudici – danno attendibilità a bellimbusti imbroglioni o condizionati, comunque poco credibili fin dal primo sguardo. Perché? Tutti creduloni, quindi un po’ scemotti? Mmmm, poco credibile. E se fosse quel che dice Palamara? Che a un pm, se vuole, basta avere per amici un giudice, un ufficiale di pg e un paio di cronisti disponibili per distruggere chiunque? Per far esplodere quella bomba atomica di cui mi parlava Enzo Tortora?

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.