«Agricoltura e turismo sono attività redditizie e che, di conseguenza, evitano ai giovani di emigrare: ecco perché molti giovani del posto hanno deciso di investire in questi settori»: ne è convinta Cristina Leardi, presidente del Consorzio di tutela del pomodorino del piennolo del Vesuvio. È qui, alle pendici del vulcano simbolo della Campania, che l’imprenditoria giovanile ha vissuto una fase di forte sviluppo, almeno fino a quando la crisi-Covid non ha travolto l’economia mondiale. Sono 67 le imprese che coltivano il pomodorino del piennolo e che sono iscritte alla Dop, ma lo zoccolo duro è formato dalle 43 che fanno parte del Consorzio di tutela. Si tratta di piccoli produttori che operano su appezzamenti di terra che non superano i cinque ettari e sono compresi nel perimetro del Parco nazionale del Vesuvio.

Una quota consistente di questi, però, è formata da under 35: «Parliamo di imprese avviate e condotte da giovani – spiega Leardi – La gran parte di loro non vanta nemmeno una tradizione familiare nel settore agricolo, eppure è riuscita a ottenere buoni risultati e a ritagliarsi uno spazio nel mercato». Molti di questi giovani imprenditori si sono dati all’agricoltura con l’intento di sfruttare appezzamenti di terra di proprietà delle loro famiglie, ma da tempo abbandonati. Altri, invece, hanno deciso di investire su un’eccellenza campana come il pomodorino del piennolo che può essere prodotto solo in una ristretta cerchia di Comuni vesuviani.

«Al di là delle motivazioni economiche – aggiunge Leardi – molti giovani del posto sono tornati all’agricoltura perché sensibili al tema della tutela della biodiversità che è tra i principali obiettivi di un Parco nazionale». Chi non si è dato all’agricoltura, invece, ha preferito il turismo. Nel 2019, nel perimetro del Parco del Vesuvio, le piccole strutture ricettive sono aumentate del 20 per cento, in linea con il boom registrato a livello regionale. A chiarirlo è Aldo Avvisati, presidente dell’Arevod, associazione che raggruppa cento titolari di strutture extralberghiere attive in sette centri del Vesuviano. Anche in questo caso i giovani giocano un ruolo determinante: «Le imprese sono a carattere e conduzione familiare – osserva Avvisati – Vi partecipano tutti i membri ma, se la titolarità non è dei giovani, questi ultimi sono comunque molto attivi perché in grado di parlare le lingue straniere o di promuovere le strutture ricettive sui social».

Insomma, anche il turismo si è rivelato un’importante valvola di sfogo per tanti ragazzi del Vesuviano in cerca di lavoro. Anzi, ben presto è diventato qualcosa di più e cioè una consistente forma di reddito: prima della pandemia e delle conseguenti limitazioni alla mobilità, il soggiorno medio nella zona del Vesuvio durava anche fino a cinque notti e permetteva ai titolari di strutture extralberghiere di incassare somme consistenti. Decisiva, in questa prospettiva, è stata la campagna di marketing territoriale avviata dai vertici del Parco. «Il merito consiste nell’aver fatto sì che della nostra terra si parlasse e, soprattutto, che si parlasse bene – conclude Avvisati – Ora dobbiamo fare un passo ulteriore e cioè far capire ai vacanzieri e ai tour operator internazionali che il Parco del Vesuvio non è solo il Gran Cono, ma è in grado di offrire anche mare e produzioni tipiche».