«Quella legge deve essere approvata subito, è un’azione prioritaria, fondamentale per la tutela del mare e non solo»: Mariateresa Imparato, presidente di Legambiente Campania, commenta così la situazione di stallo in cui versa il disegno di legge salva-mare. Si tratta della testo proposto dal ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, poi approvata dalla Camera nel novembre dello scorso anno e da quel momento in attesa dell’esame e dell’ok definitivo da parte del Senato. Al momento, però, non c’è una data per la discussione né per l’approvazione. Il ddl prevede che i rifiuti accidentalmente pescati in mare o nelle acque interne siano assimilati ai rifiuti prodotti dalle navi e, una volta che l’imbarcazione giunge in un porto, possano essere conferiti gratuitamente negli appositi centri di raccolta. «Approvare definitivamente questo ddl – spiega Imparato – vuol dire preservare la biodiversità marina, contribuire alla creazione di una catena alimentare più sana e chiaramente intervenire in maniera drastica sull’inquinamento del nostro mare».

Oggi, se un pescatore trova in mare una busta di plastica, una lattina o qualsiasi altro rifiuto, è costretto a gettarlo nuovamente in mare. Non può raccoglierlo e lasciarlo negli appositi contenitori sulla terraferma: gli verrebbe contestato il reato di trasporto illecito di rifiuti e dovrebbe persino pagare per lo smaltimento. Una regola strana, che si fatica a comprendere. Uno sforzo ancora maggiore lo richiede la comprensione dello stop a questo ddl che, se fosse definitivamente approvato, potrebbe salvare il mare italiano (e campano) invaso da rifiuti di ogni tipo. Lo scorso anno il golfo di Napoli, con 1.200 oggetti di plastica per ogni ettaro di fondali rocciosi, ha confermato ancora una volta di essere tra le discariche sottomarine più grandi d’Italia. Il Mediterraneo è particolarmente esposto al problema della plastica, in quanto si tratta di un mare semichiuso: si pensa che siano almeno 250 miliardi i frammenti di plastica al suo interno.

Nel Tirreno il 95 per cento dei rifiuti galleggianti avvistati, più grandi di venticinque centimetri, è di plastica; il 41 di questi è costituito da buste e frammenti. «Raccogliere i rifiuti che accidentalmente capitano tra le reti dei pescherecci – racconta Imparato – è un’azione che la pesca virtuosa già fa anche se poi l’iter di smaltimento è complicatissimo. Molti Comuni, in collaborazione con le associazioni e i pescatori locali, promuovono questa pratica, ma serve una legge. E subito». La filosofia del ddl salva-mare, infatti, è stata sperimentata l’anno scorso dall’Area marina protetta di Punta Campanella con la realizzazione del progetto “Remare”. L’esperimento ha dato un esito straordinario: i pescatori campani hanno raccolto 19 tonnellate di immondizia in poco meno di quattro mesi, da agosto a metà novembre.

“Remare” ha rappresentato un’assoluta novità nel panorama nazionale. La sinergia tra istituzioni ha permesso di coinvolgere 393 pescherecci e quattro Aree marine protette, per un totale di 52mila ettari marini. Interessate le zone di mare del Regno di Nettuno, tra Ischia, Procida e aree a nord del capoluogo campano, Punta Campanella, la riserva naturale a cavallo tra i golfi di Napoli e Salerno, e i parchi marini del Cilento-Vallo di Diano e quello di Santa Maria di Castellabate. Le imbarcazioni sono state attrezzate con borse per raccogliere tutti i rifiuti “pescati”. A bordo, una volta tirate le reti, i pescatori hanno pazientemente rimosso tutta l’immondizia presente per poi riporla nell’apposita sacca invece di rigettarli in mare. I rifiuti sono stati poi consegnati a una società di smaltimento. L’esperienza di Punta Campanella dimostra quanto il ddl Costa possa contribuire a ripulire il nostro mare, trasformando i pescatori in “spazzini” e prime sentinelle delle acque marine. Il Senato lo terrà presente?