Da una parte c’è l’Arpac, l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente che ha censito 475 potenziali fonti di inquinamento delle coste campane. Dall’altra c’è Legambiente che ieri ha esposto uno striscione con la scritta “Vergogna” alla foce del torrente Agnena da dove, il 6 maggio scorso, una macchia nera si propagò sfregiando un ampio tratto di mare. Quanto basta, insomma, perché si riaccendano i riflettori sul sistema dei controlli delle acque e sulla prevenzione di quegli abusi che rischiano di compromettere la pulizia e la salubrità del mare della Campania. «Manca un monitoraggio coordinato e costante degli scarichi – denuncia Ornella Capezzuto, presidente del Wwf di Napoli – Le forze dell’ordine devono fare di più, magari coinvolgendo e responsabilizzando cittadini e associazioni». Ma come funziona il sistema dei controlli? Il primo soggetto coinvolto è proprio l’Arpac che, tra aprile e settembre, effettua un prelievo e analizza la qualità delle acque in 320 punti della costa campana.

Gli esperti verificano la presenza in mare di enterococchi ed escherichia coli che sono indicatori di contaminazione fecale. È sulla base di queste verifiche che i sindaci, massime autorità sanitarie a livello comunale, dispongono eventuali divieti di balneazione. Ai controlli di routine si affiancano quelli straordinari e quelli condotti nelle zone critiche, senza dimenticare le oltre cento analisi che l’Arpac conduce sulle schiume presenti in mare. E poi c’è la Guardia Costiera che, tra i suoi obiettivi, annovera anche la tutela dell’ambiente marino e costiero. Tutto questo basta? Probabilmente no. «Di scarichi in mare e qualità delle acque si parla soltanto d’estate – aggiunge Capezzuto – Il risultato è che, nelle altre stagioni, manca un’indagine costante sull’impatto che lo sversamento di reflui può avere sull’ambiente».

Ecco perché la presidente del Wwf napoletano ritiene che siano «necessari più controlli da parte di Arpac e Guardia Costiera», a condizione che questo monitoraggio sia coordinato. Di qui la proposta: «Spesso le forze dell’ordine e le altre autorità preposte alla tutela del mare – osserva Capezzuto – procedono in ordine sparso. Invece servirebbe un’azione congiunta sulla base di una strategia da condividere nell’ambito di un tavolo tecnico di consultazione. Così anche le associazioni come la nostra e i cittadini potrebbero contribuire alla definizione di un piano antinquinamento più razionale». Su che cosa dovrebbero concentrarsi i controlli è presto detto. Il censimento eseguito dall’Arpac comprende gli scarichi autorizzati. Sfuggono, dunque, quelli abusivi. Un esempio? Il privato che approfitta del temporale per svuotare i pozzi neri nei torrenti che scorrono fino a mare. Oppure le aziende che smaltiscono impropriamente i reflui. Altra nota dolente sono gli impianti di depurazione privati, a cominciare da quelli delle strutture ricettive, spesso fonte di inquinamento.

Per non parlare della scarsa manutenzione degli impianti fognari. Contro queste piaghe si batte da anni Claudio d’Esposito, leader del Wwf in penisola sorrentina e in costiera amalfitana che nel 2015, in un esposto di 285 pagine, ha denunciato alla Procura di Torre Annunziata le falle della gestione del ciclo delle acque alla base di numerosi casi di inquinamento marino. «Di quella denuncia non ho saputo nulla – chiosa d’Esposito – né sono mai stato convocato da inquirenti e investigatori. A Meta sono anni che un tratto del collettore fognario è guasto e sversa liquami in una grotta a pochi metri dal mare. Le autorità sono abituate a rimpallarsi i problemi, quando invece sarebbe necessaria una maggiore attenzione a certe questioni. Non solo agli scarichi censiti e a quelli abusivi, ma anche alla gestione delle fogne, allo smaltimento dei fanghi di depurazione e a tutti quei fenomeni che possono incidere negativamente sulla salute del mare».