In provincia di Napoli ci sono 228 chilometri di costa destinata alla balneazione e 306 scarichi in mare. Caserta vanta 42 chilometri di litorale e 25 scarichi, mentre in provincia di Salerno sono 210 i chilometri a disposizione dei bagnanti sui quali si contano 144 scarichi. A fornire questi dati è l’Arpac (Agenzia regionale per la protezione ambientale in Campania) che ha pubblicato sul proprio sito internet una mappa interattiva sulla quale è possibile individuare con un clic i 475 punti di immissione di acque reflue e di altri tipi di acque nel nostro mare. «Si tratta di un lavoro che ha una finalità non soltanto conoscitiva – spiega Stefano Sorvino, direttore generale dell’Arpac – L’Agenzia, durante la consueta campagna di monitoraggio condotta nel corso della stagione balneare, riscontra talvolta fenomeni, anche temporanei, di inquinamento che interessano le acque di balneazione e ne condizionano la fruibilità. In un’ottica di collaborazione tra enti, la mappatura degli scarichi permette di risalire più agevolmente alle possibili cause di contaminazione e di intervenire rapidamente per superarle».

Il database georeferenziato, curato dalla unità operativa Mare dell’Arpac diretta da Lucio De Maio, con il coordinamento del referente tematico Elena Piscitelli e il supporto dei dipartimenti delle province costiere, permette di individuare gli scarichi lungo le coste della Campania e di approfondirne le caratteristiche. I punti di immissione delle acque nel mare della regione sono stati suddivisi in dieci categorie contraddistinte da una scala di colori, dal rosso al grigio, che ne indica i decrescenti livelli di impatto. Sono stati censiti, in particolare, gli scarichi privi di depurazione lungo la costa, gli scarichi privi di depurazione convogliati in condotte sottomarine, gli scarichi di impianti di depurazione costiera, gli scarichi di impianti di depurazione convogliati in condotte sottomarine, i tubi di troppo pieno di collettori fognari e di impianti di sollevamento, le foci dei corsi d’acqua e gli apporti pluviali. Totale: 475 punti di immissione, cioè quasi 500 fonti di inquinamento per il mare di una regione che nel turismo balneare trova uno dei punti di forza della propria economia.

«Un dato sostanzialmente in linea con le altre regioni di Italia – aggiunge De Maio – Il numero varia in base a quanti residenti ci sono in quel determinato tratto costiero. Ovviamente, dove abitano meno persone avremo meno fogne e, di conseguenza, meno possibili fonti di impatto sul nostro mare». Un numero che spaventa anche perché, seppure in casi eccezionali, può rappresentare un pericolo i bagnanti. «Si tratta di scarichi autorizzati e con impianti di depurazione – fa sapere De Maio – che, come tali, non creano danni a chi si immerge in quelle acque. Nelle zone in cui manca la depurazione, poi, la balneazione è vietata. Il pericolo per quanto riguarda gli scarichi nelle zone adibite alla balneazione sono le piogge eccezionali».

In gran parte della Campania, infatti, le condotte dell’acqua piovana sono impropriamente collegate alla rete fognaria. In concomitanza di forte maltempo, quindi, la pioggia affluisce in grande quantità nelle tubature, già di per sé insufficienti, mandandole in sovraccarico. A quel punto, per scongiurare danni agli impianti, viene attivato il sistema del troppo pieno con la conseguenza che in mare viene sversata acqua mista a liquami. In media, lungo la costa finisce un quinto di acqua sporca. In casi come questi la normativa prevede che la balneazione sia sconsigliata o addirittura vietata. Ma chi controlla gli scarichi? Quest attività è svolta periodicamente dai gestori che ne sono anche responsabili, mentre l’Arpac effettua un monitoraggio aggiuntivo e verifica la qualità delle acque secondo un preciso calendario. E poi c’è la Guardia Costiera che, tra le varie mission, ha anche quella di tutelare l’ambiente marino e costiero.

In che modo? Monitorando gli scarichi in mare, provenienti sia da terra sia da imbarcazioni, ed eventuali casi di inquinamento. Questo sulla carta, molto spesso. La realtà sembra diversa: manca un monitoraggio dinamico delle coste, gli strumenti tecnologici a disposizione sono insufficienti così come i controlli svolti dalla Guardia Costiera che, lungo un litorale tanto esteso, si limita a verifiche sporadiche e magari solo dopo aver ricevuto segnalazioni da parte di bagnanti o associazioni. Come limitare, dunque, le immissioni di acque reflue in mare? Di sicuro servono controlli più puntuali e capillari da parte delle forze dell’ordine preposte, ma anche misure strutturali: «Si dovrebbe provvedere alla separazione della rete delle acque nere da quella delle acque bianche – conclude De Maio – e cioè creare due canali in modo da scongiurare il pericolo di una loro commistione».